Okkervile River – The Stage Names

Okkervil River: The Stage Names
Okkervil River:
The Stage Names
ANNO: 2007
ETICHETTA: Jagjaguwar“La qualità dei brani rifulge senza alcun segno di cedimento in tutti e nove le tracce dell’album”
il giudizio di indie-rock.it: 9/10
GENERE: folk-rock.PROTAGONISTI: Will Sheff (voce, chitarre, piano, organo), Jonathan Meiburg (soltanto tastiere qua e là, dovendosi dedicare a tempo pieno al suo – brillante – progetto Shearwater), Travis Nelsen (batteria, percussioni), Brian Cassidy (chitarre, tastiere, arrangiamenti d’archi), Patrick Pestorius (basso), Scott Brackett (tromba, percussioni). Co-produce il ‘solito’ Brian Beattie.

SEGNI PARTICOLARI: il fiume Okkervil non scorre in Texas, come l’immaginario folk disegnato dalle canzoni di Will Sheff suggerirebbe, bensì in Russia, poco distante da San Pietroburgo, ed è il titolo di un racconto della scrittrice russa trapiantata negli Stati Uniti Tatyana Tolstaja, di illustre discendenza. Questo indizio tradisce la passione divorante che il deus ex machina della band di Austin nutre per la letteratura, caratteristica che emerge in maniera sfolgorante nelle liriche delle sue canzoni. L’esordio degli Okkervil River (non contando l’introvabile EP ‘Bedroom’), targato Jound, vede le stampe nel 2000 e si chiama ‘Stars Too Small To Use’, ricco di ancora acerbe influenze roots. Col successivo ‘Don’t Fall In Love With Everyone You See’ (Jagjaguwar, 2002) la cifra stilistica della band di Sheff è già notevole, e l’accorta produzione di Brian Beattie si fa sentire, ma con ‘Down The River Of Golden Dreams’ (2003) arriva la meritata consacrazione di cult band. ‘Black Sheep Boy’ (2005) è l’album più ambizioso, caleidoscopio di ritmi ed umori che oltrepassa gli stretti confini del folk a stelle e strisce. Oggi, dopo una moltitudine di EP mai meno che interessanti e l’ennesimo rimescolamento nella line-up, gli Okkervil River danno alle stampe ‘The Stage Names’, più immediato del predecessore, ma dai contenuti musicali di assoluto pregio.

INGREDIENTI: col precedente ‘Black Sheep Boy’, sorta di concept ispirato da una canzone di Tim Hardin, Will Sheff esplorava una moltitudine di registri musicali differenti, pur senza allontanarsi troppo dal proprio seminato. Sempre di musica folk si trattava, ma nella più ampia e moderna accezione del tempo, alla maniera di Wilco, Eels o Bright Eyes. Con ‘The Stage Names’, Sheff abbandona (solo momentaneamente?) certe oscure divagazioni wave e qualche screziatura elettronica intraviste nel disco precedente ed approda deciso verso un pop brillante ed ironico, intelligente nei testi quanto efficace e policromo negli arrangiamenti. Un percorso non troppo distante da quello intrapreso dai Decemberists, per fare qualche nome. Il brio e la verve dell’iniziale ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’ riconducono alla mente le travolgenti esibizioni live della band, una sorta di folk punk denso e diretto. Le successive ‘Unless It Kicks’ e ‘A Hand To Take Hold Of The Scene’ procedono sulla stessa falsariga, accentuandone ulteriormente la componente pop. ‘Savannah Smile’ è manna dal cielo per i nostalgici orfani di ‘It Ends With A Fall’, il brano che apriva ‘Down The River…’ considerato da molti il vertice della discografia di Sheff e soci: il cantato del leader, mai così intimo e ricco di pathos, ed il dolcissimo arrangiamento d’archi ne fanno per chi scrive una delle canzoni dell’anno. ‘Plus Ones’ è un abile compendio della maestria compositiva di Sheff, che con un fitto gioco di rimandi cita alcuni classici del rock aumentando di uno i personaggi dei rispettivi testi: compare così l’ottavo dei fratelli cinesi dei R.E.M. di ‘Reckoning’, mentre i modi per lasciare un amante di Paul Simon diventano cinquantuno. Allo stesso modo, in ‘John Allyn Smith Sails’ fa capolino la melodia di Sloop John B. Il passato che ritorna, le melodie immortali che rimangono. Come quelle degli Okkervil River.

DENSITA’ DI QUALITA’: la semplificazione dei registri stilistici del gruppo di Austin rispetto al precedente lavoro non penalizza affatto la qualità dei brani, che al contrario rifulge senza alcun segno di cedimento in tutti e nove le tracce dell’album.

VELOCITA’: l’album alterna sapientemente momenti più veloci e spensierati a canzoni più introspettive e malinconiche, con le prime numericamente preponderanti. In fondo è lo stesso Will Sheff ad affermare pubblicamente: “Sentirei di aver fallito a qualche livello se la nostra musica non fosse semplicemente del buon rock and roll”.

IL TESTO: con la consueta ironia, in ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’, Sheff recita: “It’s just a life story, so there’s no climax; no more new territory, so pull away the IMAX” .

LA DICHIARAZIONE: “Talvolta, quando la band è stanca e sfinita, ti viene voglia di scrivere un inno pop per il gruppo. Una canzone come ‘Unless It’s Kicks’ altro non era che il mio tentativo di dire: ‘Forza ragazzi, andiamo avanti!'”.

IL SITO: Okkervilriver.com

Vincenzo Ostuni

FONTE: INDIE-ROCK
LICENZA : CREATIVE COMMONS

Drones – Gala Mill

Drones: Gala Mill
Drones:
Gala Mill
ANNO: 2006
ETICHETTA: ATP“La forte emotività e il grande coinvolgimento che provoca questo disco ne sono il vero punto di forza, come un pugno pronto a toglierti il respiro”
il giudizio di indie-rock.it: 8/10
GENERE: rock ad alto tasso alcolico.PROTAGONISTI: Gareth Liddiard (voce, chitarra), Rui Pereira (chitarra), Fiona Kitchin (basso), Michael Noga (batteria).

SEGNI PARTICOLARI: terza prova per la band australiana, guidata dalla voce e dalla vena creativa di Liddiard, un moderno Crocodile Dundee con la vena poetica di Bob Dylan e il fegato di Georgie Best.

INGREDIENTI: Nick Cave, Dirty Three, Tom Waits, Bob Dylan, Neil Young.

DENSITA’ DI QUALITA’: le chitarre ronzano nella vecchia fattoria, che non è quella di zio Tobia, bensì quella di Gala Mill, località di registrazione dell’ultima fatica targata Drones. Un posto sperduto nella Tasmania da dove i Drones ci raccontano strane storie, storie di sofferenza, di rabbia e disperazione. Si respira aria genuina in questo disco, musica vera suonata con il cuore. Gareth, da buon australiano, è molto legato alla sua terra, e insieme al suo gruppo ha inciso un disco che racchiude un bel po’ dell’aria buona (o malsana?) che si respira laggiù. Ballate distorte, lamentose, storie oscure e malate. E’ un disco senza una precisa collocazione temporale, come se in ‘Gala Mill’ il tempo non passasse, o perlomeno si muovesse in modo differente da come noi lo percepiamo. Ogni pezzo è pervaso da una sorta di malinconia rabbiosa, e il tutto, traccia dopo traccia, sembra come una lenta discesa nel buio polveroso di qualche posto dimenticato da Dio. Liddiard è li che ci accompagna mano nella mano, e sembra una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. La forte emotività e il grande coinvolgimento che provoca questo disco ne sono il vero punto di forza, come un pugno pronto a toglierti il respiro.

VELOCITA’: dalle ballate lente e ciondolanti all’andamento punk di ‘I Don’t Ever Want To Change’, comunque il ritmo è abbastanza vario.

IL TESTO: “My heart just kneels there / It’s been with me such a long long time / But these dog eared feelings never bite”, da ‘Dog Eared’.

LA DICHIARAZIONE: “‘Jezebel’, la prima canzone dell’album, è molto aggressiva, e tratta parecchi argomenti. E’ come Bob Dylan che all’improvviso impazzisce.”

IL SITO: Thedrones.com.au oppure Myspace.com/thedronesthedrones

Luca Falzetti

FONTE: INDIE-ROCK LICENZA CREATIVE COMMONS