Cacciatori nel buio – Lawrence Osborne

Definirlo, come ho letto in alcune recensioni, semplicemente un romanzo di viaggio mi sembra molto molto riduttivo per quello che il romanzo è.
Si è vero è letteratura di viaggio, ma non come quelli di Chatwin o come “La via dell’Oxiana” di Roberto Byron, perché ambientato in un paese del sud-est asiatico.

Il viaggio però più che fisico è nell’anima del personaggio principale.
Un personaggio in fuga da se stesso dalla sua vita normale in Inghilterra e che grazie al rimanere solo trova finalmente la sua vera essenza.

Appunto ma non solo un viaggio dentro la propria anima, ma anche un viaggio dentro l’anima e la storia di una nazione che ha vissuto sulla propria pelle uno dei regimi più terrificanti del “secolo breve”.

TERZA DI COPERTINA

Una vincita insperata in un casinò sul confine tra la Cambogia e la Thailandia, e Robert, un giovane insegnante inglese in vacanza, decide di non tornare più al torpido grigiore del Sussex. Resta in Cambogia come barang a tempo indeterminato: uno dei tanti espatriati occidentali che «cacciano nel buio», cercando la felicità in un mondo che non potranno mai comprendere appieno e che di solito li trascina alla deriva. E anziché la chiave d’accesso a una nuova vita, quella vincita si rivelerà l’innesco di una reazione a catena destinata a coinvolgere un americano incongruamente elegante, un poliziotto dal lugubre passato e la rampolla di un ricco cambogiano. Cacciatori nel buio è un avvincente, sofisticato gioco del gatto col topo, ricco di colpi di scena e tanto più inquietante perché immerso in una terra di foschie, risaie, calura umida e piogge opprimenti, di fatiscenti architetture coloniali e templi inghiottiti dalla giungla – mentre su tutto aleggia la «natura nascosta» di Phnom Penh, solo apparentemente immemore dell’Anno Zero della Rivoluzione dei Khmer Rossi.
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