Un romanzo inglese -Stéphanie Hochet

Nel 1917, nella campagna inglese, una coppia assume una baby-sitter per il proprio piccolo. Un romanzo scritto bene  e bella la descrizione la vita di una donna trentenne della media borghesia inglese. A seguito di un malinteso, che stravolgerà l’ordine stabilita, la baby sitter si rivelerà essere un giovane uomo con problemi di salute.
George (il baby sitter) e Anna (la giovane mamma) sono anime che alla lunga si apprezzeranno a vicenda.  La figura del Marito, esentato dalla guerra per una miopia, è un bambino cresciuto che desidera che niente cambi intorno a lui. Lui orologiaio che lavora con il tempo che scorre e cambia vorrebbe che intorno a lui tutto rimanga fermo. Pensava di aver raggiunto il TOP con il suo negozio di orologiaio e la bella mogliettina a casa … ma l’arrivo di George sconvolge tutto … il figlio apprezza il baby sitter, la moglie piano piano cambia e fa uscire fuori la rabbia per l’insofferenza …. Finale a sorpesa.

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1917, campagna inglese. Sullo sfondo travagliato e perbenista dell’Inghilterra della Prima guerra mondiale, il ritratto di una donna inquieta e insofferente alle convenzioni. Un romanzo ricco di richiami woolfiani, che tratta con delicatezza temi quali l’emancipazione femminile, la maternità e l’identità sessuale. Una coppia della media borghesia trasferitasi nel Sussex per sfuggire ai bombardamenti, Anna e Edward Whig, decide di assumere una governante per il figlio di quasi tre anni. Quando Anna si reca alla stazione per accogliere la prescelta scopre che si tratta di un uomo. In breve tempo George, questo è il suo nome, saprà conquistarsi la fiducia e l’affetto del bambino, suscitando la gelosia di Edward…

 

La maledizione delle pecore nere – Simone Pavanelli

Parlare di un libri di un autore esordiente rimane difficile. Difficile perché non bisogna fermarsi a quello che hai letto, ma a quello che leggendo hai capito potrà scrivere.
Iniziamo con il dire che il libro ha un divisione dei capitoli che non lascia nessuna possibilità se non quella di continuare la lettura.
L’ho letto in un paio di giorni perché tanta era la voglia di capire come sarebbe finita l’azione e come l’autore sarebbe arrivato alla conclusione (seppur temporanea).
Piccoli refusi non imputabile all’autore non diminuiscono la leggibilità e la godibili del romanzo. Fresco non-ostante il periodo e l’argomento trattato.
Ambientato durante il tentativo di invasione dell’Inghilterra da parte della Luftwaffe da una parte e durante l’eterna lotta fra il bene e il male che vede la Chiesa i suoi difensori e i suoi detrattori lottare oramai da millenni.

Immagino il piccolo David alcuni anni dopo chiedere a mamma Vivian:
Tell me true tell me why was Jesus crucified
Is it for this that daddy died?
Was it for you? was it me? (R.W)

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Andrea Campucci incontra i lettori e firma le copie del suo libro “Plastic Shop” Leone Editore

Evento di Domenica 28 Gennaio
Dalle ore 10:00 – 18:00

Libreria Mondadori – c/o C.C. IL CASTELLO – Via Giusti, 4 – 44124 FERRARA3bdc1ee4-d443-49b4-9817-0f0698449d2c_medium_p

IL LIBRO

Il pomeriggio di un giorno di festa cinque amici decidono di fare una visita all’outlet di Barberino del Mugello. Qui si ritroveranno a tu per tu con un’umanità alienata, in un villaggio commerciale che ha tutta l’apparenza di un mondo di plastica. Sconti e promozioni natalizie ai quali seguiranno abusi di alcol e droghe porteranno il narratore a vivere un’esperienza allucinata, e tutti, dai clienti ai manichini nelle vetrine, si trasformeranno in sinistre presenze in grado di far riaffiorare manie, paure e ossessioni. Fino allo scoppio di un temporale, verso sera, e all’arrivo di un carro attrezzi che riaccompagnerà a casa i cinque protagonisti.
L’AUTORE
Andrea Campucci è nato a Incisa in val d’Arno (Firenze) nel 1983. Laureato in filosofia, ha pubblicato un romanzo, Naive, e un saggio dal titolo Nietzsche, la fine della ragion pura. Attualmente collabora con alcuni editori fiorentini.
 
INTERVISTA CON l’AUTORE
https://www.recensionelibro.it/intervista-andrea-campucci-plastic-shop

Stefano Bonazzi incontra i lettori e firma le copie del suo libro “L’abbandonatrice” Fernandel

Evento di Sabato 27 Gennaio – dalle 10:00 alle 18:00 6bba6659-2454-482d-becc-0b65f52633cd_medium_p
Stefano Bonazzi incontra i lettori e firma le copie del suo libro “L’bbandonatrice” – Fernandel Editore
Libreria Mondadori – c/o C.C. IL CASTELLO – Via Giusti, 4 – 44124 Ferrara

IL LIBRO
Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita.
Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio?
Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili.

L’abbandonatrice è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

L’AUTORE
Stefano Bonazzi è nato a Ferrara nel 1983. Di professione webmaster e grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco. Nel 2014 ha pubblicato per l’editore Newton Compton il suo primo romanzo, A bocca chiusa.

Sofia si veste sempre di Nero – Paolo Cognetti

“La gente va aiutata anche senza motivo, anzi soprattutto in quel caso, per il semplice fatto che qualcun altro ha aiutato te al momento giusto, come un debito che si trasmette tra chi allunga la mano e chi affoga, e che non finisci mai di saldare.”

Il libro mi è piaciuto, ancora sono qui a capire perchè e dove … come quando guardi un paesaggio e non capisci subito cosa ti ha attratto ma stai li a guardarlo e ti incanti.
Sarà il fatto che è contemporaneamente un romanzo, ma anche una raccolta di otto racconti che puoi tranquillamente leggere nell’ordine che vuoi e niente cambia.

Triste, malinconico sofferente ma non mi ha lasciato un senso di disperazione

“Sofia”, disse l’infermiera a voce alta, “lo sai che cos’è la nascita? E’ una nave che parte per la guerra”

Cosi come nella vita a volte vinciamo a volte perdiamo, cadiamo e sappiamo rialzarsi a volte rimaniamo a terra a crogiolarci nel nostro dolore.

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Nelle sue storie, cesellate con la finezza di Carver e Salinger, Paolo Cognetti ha sempre saputo rappresentare con sorprendente intensità l’universo femminile. Ed è ancora una donna la protagonista di Sofia si veste sempre di nero, un romanzo composto da dieci racconti autonomi che la accompagnano lungo trent’anni di storia: dall’infanzia in una famiglia borghese apparentemente normale, ma percorsa da sotterranee tensioni, all’adolescenza tormentata da disturbi psicologici, alla liberatoria scoperta del sesso e della passione per il teatro, al momento della maturità e dei bilanci. Con una scrittura precisa e intensa, che nasconde dietro l’apparente semplicità una straordinaria potenza emotiva, Cognetti ci regala il ritratto di un personaggio femminile indimenticabile: una donna torbida e inquieta, capace di sopravvivere alle proprie nevrosi e di sfruttare improvvisi attimi di illuminazione fino a trovare, faticosamente, la propria strada. Un libro avvincente in cui ciascun lettore troverà momenti di bellezza e di dolore, di ansia e di riscatto, che riconoscerà di aver vissuto anche sulla sua stessa pelle

Lizzie – Shirley Jackson

Un libro lento rispetto ai precedenti due che avevo letto della Jackson. Per parlare di questo libro trovo che le parole migliori le abbia scritte Alessandro Gnocchi il 27 Aprile nel 2015 in questo suo articolo di cui riporto la parte che parla del libro.

In Lizzie, appena arrivato in libreria, la Jackson scrive un efficace romanzo sulle personalità multiple. Quanti differenti aspetti convivono in noi? Quanto è autentico il nostro «io»? Quanto invece dipende dalle circostanze? L’abulica Elizabeth, scioccata dalla morte della madre e affidata alla grossolana zia Morgen, si scinde in quattro identità in competizione tra loro per conquistare il controllo dell’unico corpo a disposizione. Qual è la «vera» Lizzie? Chi avrà la meglio? Come spesso accade con la Jackson, a un certo punto, difficile stabilire quale, il lettore inizia a sentirsi a disagio. D’accordo, siamo tra Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e il romanzone psicologico. Oppure no? Suggerisce la Jackson: ogni vita, per proseguire, deve «divorare altre vite». Forse stiamo assistendo proprio a un sacrificio umano, officiato dalla medicina, all’ombra di una strana statua africana torreggiante nell’appartamento di Lizzie. Di sicuro, il lieto fine, anziché rallegrare, gela il sangue nelle vene, e le ultime parole di Elizabeth (Sono felice, so chi sono) suonano più inquietanti che rassicuranti.
QUI il link all’articolo originale

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TERZA DI COPERTINA
Opera della maestra del thriller nero, venerata da Stephen King, Lizzie è il primo grande romanzo delle personalità multiple. La protagonista, Elizabeth Richmond, ventitré anni, i tratti insieme eleganti e a­nonimi di una «vera gentildonna» della provincia americana, non sembra avere altri progetti che quello di aspettare «la propria dipartita stando il meno male possibile». Sotto un’ingannevole tranquillità, infatti, si agita in lei un disagio allarmante che si traduce in ricorrenti emicranie, vertigini e strane amnesie. Un disagio a lungo senza nome, finché un medico geniale e ostinato, il dottor Wright, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di tre personali­­tà sovrapposte e conflittuali: oltre alla stessa Elizabeth, l’amabile e socievole Beth e il suo negativo fotografico Betsy, «maschera crudele e deforme» che vorrebbe fagocita­re e distruggere – con il suo «sorriso laido e grossolano» e i suoi modi sadici, insolenti e volgari – le altre due.

È solo l’inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un successo terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre: tanto che il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l’identità e la realtà.

Someday my prince will come – Miles Davis

L’album fu registrato in tre sessioni, il 7, 20 e 21 marzo 1961. Gli accreditamenti di copertina chiamano la formazione “The Miles Davis Sextet”, anche se solo sulla title track sono presenti sei suonatori, con John Coltrane, che si era già distaccato dal quintetto di Davis, che raddoppia il sax di Hank Mobley e che figura anche come solista in Teo. La maggior parte dell’album è quindi eseguita da un quintetto, essenzialmente quello che Davis usava all’epoca per il lavoro dal vivo con Davis alla tromba; Hank Mobley al sax tenore; Wynton Kelly al piano; Paul Chambers al basso; e Jimmy Cobb alla batteria. Nella sessione del 21 marzo, venne chiamato anche Philly Joe Jones, un altro ex, che prese il posto di Cobb alla batteria in Blues no.2 (che si trova solo sulle riedizioni).

Questo è l’unico album di studio in cui il quintetto di Davis compare con Mobley e l’ultima registrazione di Davis con Coltrane e Jones (che avevano entrambi lavorato per lungo tempo con Davis). Mobley aveva da poco rimpiazzato Sonny Stitt (a sua volta chiamato per sostituire Coltrane) e rimase col gruppo di Davis per buona parte del 1961, per essere a sua volta sostituito da George Coleman.

La title track, un valzer lento tratto dalla colonna sonora dei film di Walt Disney Biancaneve e Cenerentola, fu poi utilizzata per molti anni come sigla del programma radiofonico “Hal Jackson’s Sunday Morning Classics” per l’emittente radio newyorchese WBLS. Questo brano, assurto al ruolo di standard, è uno dei non frequentissimi valzer in ambito jazzistico: uno dei primi ad inciderlo fu Dave Brubeck nel corso delle sue ricerche sui tempi dispari. Da allora è stato eseguito da dozzine di importanti solisti, ma la versione di Davis resta uno dei punti di riferimento. Coltrane, in gran forma, vi si produce in un ottimo assolo.

Pfrancing, un energetico blues medium-up, è uno dei due brani che Davis dedicò alla seconda moglie (l’altro è Fran Dance), ed era già stato inciso col titolo di No Blues (e figura con questo titolo in diversi album successivi).

Teo è dedicata a Teo Macero, un sassofonista che, assunto dalla Columbia nel 1957 come “tape editor” era diventato produttore nel 1959, assumendo come primo compito la postproduzione di Kind of Blue e che fu il produttore di Davis alla Columbia per lungo tempo e che produsse anche questo album. Reperito anche in registrazioni dal vivo (ad esempio nel coevo In Person registrato al Blackhawk di San Francisco), Teo faceva probabilmente parte del programma regolare della formazione.

Old Folks, uno standard, contiene quella che è probabilmente la miglior prestazione solistica di Mobley per questo album.

Blues No. 2, la traccia extra registrata con Jones alla batteria, è una rielaborazione basata sul pezzo All Blues dall’album Kind of Blue (forse scelta per questa sessione perché si tratta di un altro valzer).

FONTE: WIKIPEDIA

Sotto un cielo di carta – Roberto Ritondale

sotto-un-cielo-di-carta_LRGUna scrittura leggera, veloce, delicata che fa da contraltare ai tempi trattati nel libro che sono pesanti come rocce.  Vero che fanno capolino dalle pagine del libro sia Orwell che Bradbury anche attraverso la Norma 2345 (che messo così sembra una sequenza numerica ascendente, ma che invece è la somma di 451 di Bradbury e i 1984 di Orwell io ho annusato anche qualcosa di più nostrano … infatti .. quasi alla fine del libro, dopo che la “rivoluzione” è stata fatta il figlio di Sainon e il suo luogotenente Saarinen (altra citazione Roberto ? Saarinen morì insieme a Pasolini in un tragico incidente il 20 Maggio 1973 durante GP d’Italia a Monza di Motociclismo) si ritrovano e danno vita ad una scena molto “Gattopardesca”.

Il Web si era rivelato un grande inganno, aveva promesso di avvicinare le persone e invece le aveva inesorabilmente allontanate.
La rete si era fatta ragnatela intrappolando invece di liberare.”

Libro nobilissimo scritto da una persona fantastica. Ho avuto l’occasione di conoscere Roberto il 5 Marzo del 2017 quando è venuto in libreria per un evento farmacopee

Sull’argomento Social Network e Controllo attraverso questo l’ho trovato molto più ficcante e profondo di un libro che ha avuto molto più successo .. THE CIRCLE di Dave Egger.
Se vi è piaciuto, come spero, vi consiglio anche la lettura di un altro titolo
CRIPTOCRAZIA di Paolo Ferrari – Leone Editore.

TERZA DI COPERTINA
La Grande Nazione del Nord è governata dal regime del generale Sainon sulla base di una nuova ideologia: il controllismo. Perché tutto sia tracciabile (dai sentimenti alle letture), viene abolita la carta. Per fare qualsiasi cosa è necessario utilizzare un tablet collegato a un grande server governativo. Ma l’ex cartolaio Odal Clean non si arrende e a modo suo combatte per la libertà. La rivolta andrà a buon fine grazie a lui, a un gruppo di nostalgici e al comitato Cleo di cui fa parte la figlia di Odal, Marie, una giornalista da anni in esilio.

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