Sette case vuote – Samanta Schwblin – Sur

“Da quando mi ricordo siamo andati a vedere le case e abbiamo preso fiori e vasi brutti. Di spostare gli annaffiatoi, raddrizzare le cassette della posta, raccogliere le decorazioni troppo pesanti per il prato. Una volta che i miei piedi hanno toccato i pedali, ho preso in mano la macchina. Questo ha dato a mia madre più libertà”.- Niente di tutto questo
Anche se è una raccolta di racconti, l’ultimo libro di Samanta Schweblin provoca un senso di disagio che non è facile da definire, con situazioni per le quali non c’è una spiegazione concreta e mi ha lasciato in uno stato di inquietudine dall’inizio alla fine di ogni storia.
“Sette case vuote” è un libro molto coeso sulle relazioni conflittuali non solo tra genitori e figli ma anche tra vicini, che entrano ed escono dalle case, che si spostano nelle loro immediate vicinanze, che le abbandonano per qualche motivo dopo che l’azione è iniziata all’interno.
“Niente di tutto questo” e “Sempre così in questa casa” sono tra i miei racconti preferiti, dove si può dire che la scrittura di Schweblin è più raffinata e sottile, ma “Il respiro cavernoso”, che segue una vecchia signora con Alzhaimer, è il più straziante nel suo approccio a ciò che è quella realtà.
Ecco a cosa serviva la lista, per rimanere concentrati su ciò che contava. Si rivolgeva ad essa quando si disperdeva, quando qualcosa la spaventava o la distraeva e dimenticava quello che stava facendo.
Era una lista breve:
Riordinare tutto.
Donare l’indispensabile.
Impacchetta le cose importanti.
Concentrarsi sulla morte.
Se si intromette, ignoratelo.-
Il respiro cavernoso

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