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Amsterdam – Mc Ewan

Un libro sui dilemmi  etici o morali che dir si voglia. Il titolo fa riferimento alla capitale olandese dove, fra le altre cose, il suicidio assistito è legale. Immaginate adesso che il vostro miglior amico vi chiedesse di accompagnarlo …. ad Amsterdam.

Il libro inizia con un funerale. Muore una donna bellissima e giovane. Moglie di uno dei quattro principali personaggi del libro e amante degli altri tre. Nel gruppo dei quattro amici ci sono un musicista, un direttore di giornale e un politico.

Immagina il dilemma del direttore di giornale a dover dare la notizia che l’amico politico (Ministro degli esteri, di destra, con valori come casa e famiglia, anti-immigrati, anti-EU) si trovasse coinvolto in uno scandalo sessuale.

Immaginati di intravedere, durante una escursione in montagna, una lite fra un uomo e una donna e non fare niente (perché troppo preso dalla scrittura di opera che ti è stata commissionata dalla Comunità Europea).. e leggere alcuni giorni dopo  che quel giorno, in quel luogo una donna è stata stuprata.

Mc Ewan ci mette di fronte alle conseguenze delle nostre scelte e come sapremo convivere con le nostre coscienze.

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Oggi vi regalo un racconto di …

Davide Pappalardo che mi autorizzato a divulgarlo, anche, sul mio blog.
Se vi piace e volte contattare Davide lo potete fare su Facebook:

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Se non riuscite a leggerlo e volete il PDF potete scaricarlo da qui

IL CASO SBAGLIATO

Qualcuno mi aveva ordinato di seguirla. E di non parlarle. Non subito almeno.
Chi era quella ragazza e perché dovevo starle alle calcagna con la bocca cucita?
Non lo sapevo. Il mio unico obbligo, per il momento, era di correrle dietro come un mastino con le corde vocali recise.
Bell’affare. In quei giorni non avevo mica tempo da perdere in capricci e misteri insondabili. Dovevo, non necessariamente nell’ordine, procacciarmi clienti, scucire soldi per le bollette e scappare a gambe levate davanti ai creditori. Per quest’ultima ragione spesso e volentieri dormivo della grossa. Mi rimpinzavo di energie che poi bruciavo coi miei scatti da centometrista per evitare gli accattoni a cui dovevo denaro.
Ce n’erano parecchi da cui stare alla larga: il lattaio del vicolo in cui avevo messo su la mia stamberga, la signora Mary, così gentile quando pagavo la pigione e così pronta ad adombrarsi quando questuavo un piccolo posticipo e John, quello che mi spaventava di più, l’enorme macellaio dal grembiule unto di macchie rosse. Temevo che quegli ornamenti non fossero dovuti solo al sangue di quarti di bue, polli, conigli e compagnia bella.
Ma vuoi o non vuoi, in quei tempi grami per le mie tasche affamate di pecunia, ero in qualche modo inorgoglito. Mi aggiravo a testa alta tra le strade del quartiere che va dall’acciaieria al cimitero di Saint Rose, sfoderando il mio sfavillante sorriso, momentaneamente a trentuno denti.
Qualche frammento di incisivo l’avevo sputacchiato nel cesso di uno dei migliori ristoranti della zona, il Lady Ruth, una stanzaccia che puzzava di whisky, segatura e latrina da un miglio di distanza. Tanto lurida che la schifavano pure i frequentatori delle mense dell’esercito della salvezza.
Un tizio che chiamavano Il Lettone non aveva gradito le mie critiche al terzino della squadra di calcio locale: troppo leggerino, non teneva bene la difesa, impacciato nei movimenti. Ebbi persino l’ardire di definire di legno le gambe del beniamino. Il Lettone, tifoso sfegatato della squadra, pur riconoscendo la validità di qualche mia lagna, dopo un vivace e articolato dibattito, aveva confutato le mie tesi con argomentazioni perentorie. Non so come era riuscito in un sol colpo a mandare in aria pezzettini di incisivo e a far quasi capitolare i miei canini. Non erano saltati via, ma da quel giorno li avrei avuti leggermente storti. L’incisivo mi era stato poi risistemato da un dottorino alle prime armi con un’otturazione alla buona.
Comunque sia mi aggiravo per le strade del quartiere come un’adescatrice dei bassi elargendo ammiccamenti a destra e a manca. I miei occhi castani, nascosti dagli occhiali alla John Lennon, erano pronti a scrutare potenziali clienti. E anche a cogliere tra la folla i miserabili che pensavano di rivalersi su di me frugando le mie tasche. In saccoccia, purtroppo per loro, solo cicche di sigarette e qualche briciola di pane raffermo. Ma io dispensavo lo stesso sorrisi a dame e signori. Un politicante in campagna elettorale. Presto detto il motivo del mio orgoglio. Qualche giorno prima, con due grossi chiodi arrugginiti che sembravano presi in prestito dalla croce del Calvario, avevo fissato una targhetta di legno alla parete del tugurio affittato dalla signora Mary.
Sull’insegna la scritta: Björn Ungaretti. Agenzia Investigativa.
Dietro la montatura dorata mi luccicavano gli occhi. Anche se più in là della targhetta non c’era altro che una stanza con le pareti ricoperte di macchie di muffa, un divano che significava cambiali, e polvere, soprattutto tanta polvere, mi sembrava di aver inaugurato l’Agenzia Pinkerton.
E poi sì, qualche cliente c’era già. Nella zona non mancavano i motivi per rivolgersi a un investigatore privato giovane e a buon mercato: corna, ammanchi sul lavoro, piccole

ripicche tra amici. Le solite belle cose che fanno pascolare gli uomini come me nei verdi campi della vita. Roba da brucare la troverai sempre se l’essere umano rimane il meschino che è. E non c’è motivo che cambi.
Il lavoro cominciava ad arrivare dunque ma qualcuno, il verme, mi aveva chiesto di occuparmi di quella donna.

Non si dimentica una così. Mi era entrata in circolo nelle vene già la prima volta che l’avevo adocchiata. Roba da andare in brodo di giuggiole. Snella, un seno che appariva morbido come un cuscino quando non tocchi un letto da tre giorni, labbra leggermente arcuate. Sembrava avesse un docile broncio permanente. Due occhi grandi e neri, accompagnati da un’espressione smarrita, ti facevano venir voglia di proteggerla per tutta l’esistenza terrena e anche oltre. Capelli lunghi fino al collo, castani e lucenti, e davanti una frangetta corta che le dava un’aria giovane. Doveva avere poco più di vent’anni o forse era proprio la frangia a ingannarmi.

Di lei conoscevo solo l’aspetto. Per ora quanto bastava per seguirla. Poi magari avrei dovuto trovare anche il modo di parlarle.
L’occasione si presentò durante una mia incursione solitaria nel quartiere.
Quella sera le strade erano bagnate e rilucevano illuminate dai fanali delle auto di passaggio. Al primo piano di un fabbricato dai mattoni rossi, un tizio fumava una sigaretta. Dietro di lui un giradischi gracchiava un blues. Dall’altra parte della strada la ferrovia.

Nel mezzo, sul marciapiedi, io. Avvolto in un impermeabile beige che ricopriva il mio corpo massiccio e immerso nei miei pensieri: i conti, l’appuntamento col barbiere per una sforbiciata ai miei capelli rossi ora troppo lunghi per essere dominati da una parvenza di pettinatura, i tempi in cui con mio fratello Eiran giocavo ai soldati tra la boscaglia dietro casa e il muro di cinta del negozio del signor Mauser.

Quasi senza accorgermene, forse per scacciare questi pensieri, diedi un calcio a una lattina di birra.
Dovevo esserci andato giù pesante. La mia gamba, memore dei trascorsi da mediano di mischia nel rugby, aveva impresso una bella forza al calcio. La lattina era schizzata in alto verso il tipo del primo piano e poi era scesa lenta per andare a sbatacchiarsi qualche metro più avanti contro un cassonetto della spazzatura.

Una figura sottile di donna sussultò a qualche metro da me.
Quella donna! Era proprio lei.
Quel qualcuno mi aveva raccomandato solo di seguirla e raccogliere informazioni, senza farmi notare.
Un accidenti! La splendida si era girata, i capelli si erano mossi rapidi da una parte all’altra e i suoi occhioni neri si erano piantati su di me. Me li ero sentiti addosso. Come tentacoli di un polipo si erano allacciati ai miei.
Bofonchiai una scusa abbassando gli occhi e, curvo nell’impermeabile, svoltai l’angolo. Mi infilai nel primo bar a disposizione.
Ingollai una pinta di birra dopo l’altra. Nel frattempo cercavo di mettere in campo una strategia. Quel qualcuno, il verme che mi aveva commissionato il lavoro, mi aveva raccomandato di stare attento a non farmi vedere le prime volte. Ma mi ero fatto beccare come una comare che ciarla di un segreto nel bel mezzo di un cortile affollato.
Cosa sai di lei? Mi chiesi. Dovevo averlo detto ad alta voce.
Un uomo sui quaranta che salmodiava non so quali lamenti aveva interrotto il discorso e si era girato verso di me. Il tizio con un pizzetto scuro che gli stava accanto sembrava interessato ai suoi argomenti quanto un cultore di pittura a un match di pugilato.
Stavo per chiedere spiegazioni ma l’uomo aveva già ricominciato a sputare parole sui problemi dell’acciaieria e su quello stronzo del suo capoturno. Un giorno o l’altro gli avrebbe immerso la testa in un contenitore per acidi. Il tipo col pizzetto annuiva

ciondolando la testa avanti e indietro e ogni tanto dava un’occhiata ai muscoli delle braccia del suo interlocutore che guizzavano svelti.
Ripresi a rimuginare. Ecco quanto ne sapevo: giovane, bella, gira da sola per il quartiere come se stesse cercando o aspettando qualcuno. Ero proprio arguto. Notizie che avrebbe potuto raccattare anche un passante orbo preso a caso. Magari anche aggiungendo altre considerazioni, senza dubbio più interessanti delle mie.

Il tizio accanto a me continuava a questionare, era tutto un muoversi di braccia, fasci muscolari, terminazioni nervose che saettavano. Il suo interlocutore? Per la pazienza dimostrata meritava di vincere almeno alla lotteria rionale, il massimo che si concedeva era una grattata al pizzetto e un sorso di birra.

Il brusio della saletta mi stava disturbando. Non riuscivo a ragionare e quando non ragioni che fai? Bevi o ti accanisci sui ricordi e per non rimestare nei ricordi bevi, ma se bevi i ricordi cattivi riaffiorano e allora devi soffocarli con un’altra pinta e così via. E va a finire che se ti butta bene sei uno straccio dopo un paio d’ore e se va male l’indomani mattina ti raccolgono nel vicolo con un cucchiaino insieme ai trucioli della vicina segheria e alle bucce di arachidi del locale. Non avevo intenzione di farmi ammazzare dai ricordi e mi stavo rinfilando l’impermeabile, quando colsi un cambiamento in sala.

Si era fatto silenzio. O meglio il brusio era diminuito parecchio. Sbirciai i due tizi accanto a me al bancone. L’operaio che voleva superare le incomprensioni col capoturno con metodi extra sindacali ciancicava adesso qualcosa al tipo col pizzetto. Entrambi guardavano verso l’ingresso. Anche altri avevano lo sguardo diretto all’entrata e non stavano certo ammirando l’attaccapanni in legno massiccio che, perdiana, non era mica male. Ne avrei avuto certo bisogno per l’agenzia ma non poteva essere quello l’oggetto delle attenzioni di tutta quella gente. Non aveva mica le fattezze della ragazza che era appena entrata. Lei. Si era guardata intorno sgranando gli occhi. Il suo sguardo smarrito aveva pestato il piede sull’acceleratore del mio ritmo cardiaco. Gli avventori del bar, in gran parte maschi della classe operaia del quartiere, dopo qualche attimo di incanto erano tornati a poggiare le labbra sui boccali e a parlare di calcio, politica e di turni e capiturno.

Solo io ero rimasto ancora a bocca aperta, a cercare di sondare il mistero di quella donna. Scelse un tavolo rotondo, nero e per due, a pochi passi da me.
Sembrava non avermi visto. Mi asciugai il muso per cercare di darmi contegno. Mia madre, poverina, aveva avuto i suoi bei problemi ad allevare due cuccioli in questo quartiere, dove se sei gentile quantomeno vieni bollato come finocchio e se non sai difenderti alla prima occasione torni a casa con un occhio pesto, alla seconda scatta il pronto soccorso e non arrivi alla terza perché hai già cambiato zona. Ma non aveva dimenticato di insegnarmi le buone maniere, mia mamma.

La ragazza mi avrebbe di certo scorto e quindi avrei dovuto avere un’aria rispettabile.
Quel qualcuno, responsabile di tutta la vicenda, mi aveva però detto di non avvicinarmi le prime volte. Sarebbe stato pericoloso. Perché? Quali minacce potevano arrivare da una giovane fanciulla dall’aspetto così delicato?
Forse quel qualcuno mentiva, era un sabotatore, mi stava conducendo fuori strada per chissà quali motivi.
La ragazza aveva un rossetto tenue sulle labbra e quel broncio non aveva nulla di quei bronci sensuali e impertinenti che hanno certe donne. Le dava anzi un tocco di dolcezza che avrebbe sciolto financo il mio vicino di bancone che instancabile adesso declinava i vari metodi per far fuori il suo capoturno.
Investirlo con la macchina nello stradone alberato nei pressi della segheria, avvelenare il caffè, assoldare un disperato che per una dose è disposto a far fuori anche l’intera fabbrica, figurati un uomo soltanto.
Sapevo che il tipo dai muscoli guizzanti non avrebbe mai fatto un cazzo. Li conosco quei tipi. A parte parlare, parlare e parlare, non fanno nulla. Il tizio si stava solo sfogando con

un amico delle nefandezze di un altro fesso. Soverchierie di un disgraziato peggio di lui che conduceva una vita infame. E si rivaleva sul mondo con quel poco di squallido potere destinatogli in questa terra.
Me lo immaginavo il suo kapò, chiuso in casa a guardare uno sceneggiato in tv, a languire con cibo precotto, birra economica e vino in cartone, fra quattro mura fredde. Ma l’indomani glielo avrebbe fatto vedere lui al mondo, li avrebbe strigliati per bene i suoi ragazzi e poi la sera sarebbe tornato solo di nuovo nel suo buco di culo di stanza.

Quasi mi veniva voglia di ridere a sentire così tante stronzate. E forse lo feci. O almeno sorrisi. Perché, meraviglia delle meraviglie, alzando gli occhi verso il tavolo della misteriosa fanciulla dagli occhi neri, vidi che anche lei sorrideva. Mi sorrideva. Fu un attimo.

In seguito pensai di essermi sbagliato, forse per giustificarmi.
Comunque, in quel preciso momento, ebbi l’impressione che quella donna stesse sorridendo a me. Mi si seccò la gola all’istante. Era come se una volpe miope scambiando un riccio per un pollo lo avesse inghiottito, conficcandosi gli aculei nel palato.
Mi tornò in mente il consiglio di quel qualcuno che mi aveva commissionato tutto: “Non avere fretta di parlarle, Björn”.
Ma ero giovane e i giovani, si sa, devono anche infischiarsene dei moniti e così cominciai a meditare di infrangere la prima regola del mio committente.
Ma sì, mi dissi, smuovi il tuo poderoso sedere dallo sgabello e piazzati nel tavolo rotondo. Però aspetta, magari non subito. E’ troppo sfacciato. E poi cosa dirle?
Era già tardi. Molti degli avventori erano andati via, presto la sveglia avrebbe rotto il sonno senza sogni di parecchi di loro.
Un giovane stava già pulendo alcuni tavoli. Mi distrassi a guardarlo perché somigliava a mio fratello, per via delle lentiggini. Manda via questi pensieri, mi dissi e alzati. E così saltai dallo sgabello e dritto e fiero mi diressi verso il tavolo rotondo.
Vuoto.
“E’ filata via”, mi disse con uno sguardo complice il tipo muscoloso che stazionava ancora al bancone. Il suo amico doveva essere rincasato. E così finii la serata a discutere degli orari di lavoro in fabbrica, del calo della produzione dell’acciaio, degli investimenti nel settore, del governo porco e, ovviamente, del capoturno e di come ammazzarlo.
Le settimane passavano. Avevo risolto un paio di casi di corna ed ero corso dal macellaio. Dapprima mi aveva guardato torvo ma, quando avevo sganciato un po’ di biglietti sul freddo tavolo di marmo e chiuso i debiti, si era allargato in un sorrisone. Per sferrarmi poi una pacca che doveva somigliare tanto al gancio destro di Rocky Marciano. Io e la mia scapola sinistra ce la saremmo ricordata per il resto dei nostri giorni quella pacca, segno tangibile di una stima duratura.
Ma restava il caso della donna. Quel qualcuno si era rifatto vivo e mi aveva pure dato del coglione perché non avevo parlato con la ragazza.
“Ma come, prima mi dici che devo solo seguirla e che non devo parlarle per nulla al mondo? E poi sono un imbecille di prima categoria per non aver aperto bocca?”
Quel qualcuno mi aveva risposto che il sorriso della ragazza aveva cambiato tutto.
“Che razza di investigatore e di uomo sei se ti attieni alla lettera alle istruzioni dei tuoi clienti? Te lo dico una volta sola: se vuoi crescere fidati del tuo istinto, ascolta i consigli ma scegli. Non aspettare che qualcosa accada o che capiti per grazia degli altri”.
E così, per essere stato obbediente alle regole di ingaggio, mi ero beccato addosso una bidonata di umiliazione.
Risolvendo i due casi di tradimento mi ero imbattuto più volte nella ragazza. In un’occasione si era anche girata. Preoccupata.

Poi ero riuscito a cavare qualche informazione dal tipo che aveva voglia di menare il capoturno. La conosceva di vista, abitava tra il droghiere e la ferramenta di Hardy. Mi spiattellò che frequentava il pub Alce bianco.
Così ogni maledetta sera facevo una capatina al pub o mi aggiravo nei dintorni leggiucchiando un giornale, fingendo di chiamare dal telefono pubblico, sbocconcellando frittelle al freddo e sventolando la licenza quella volta che le guardie mi chiedevano conto del mio bighellonare.

Quando capitò ero dietro a un lampione e stavo prendendo appunti sull’ultima grana da risolvere: Olga temeva che il marito Adam la tradisse con una certa Wilma, una rossa tutta pepe, un po’ in carne. Stavo segnando orari e spostamenti di Adam quando la ragazza misteriosa mi passò davanti inebriandomi con un profumo che sapeva di primavera. Seguii con gli occhi la scia di vapore lasciata dal suo corpo mentre tagliava la nebbiolina e si dirigeva verso l’Alce bianco.

Posai gli appunti nella tasca interna dell’impermeabile. Promisi a quel qualcuno di mia stretta conoscenza che stavolta avrei risolto la questione.
Risoluto entrai nel locale. Davanti mi trovai tre donne in età pensionabile, a sinistra un vecchio sbevazzone con una lunga sciarpa di lana che doveva risalire ai tempi di Matusalemme, a destra guappi di fabbrica. Nessuna traccia di quella donna. Solo calici che si alzavano, pinte di birra sui vassoi, spillatrici in funzione, chiacchiere e risa sguaiate. Guardai di nuovo e la vidi, nel tavolo dietro al vecchio. Sorrideva. Splendida. Gli occhi neri, di ossidiana, le brillavano di una luce nuova. Ed era bellissimo stare dentro quella luce. I capelli soffici sembravano animati da un vento dolce che li carezzava. Tutto emanava un lindore che rendeva più bello a vedersi chi la circondava. Anche il vecchio sbevazzone. La sua sciarpa sporca e infeltrita sembrava adesso una candida stola di visone, la sua barba incolta pareva scolpire il viso di un anziano filosofo, gli occhi opachi, spenti sotto una sottile striscia trasparente, nuotavano in scintille di intelligenza e saggezza.

Mi persi in quell’aura di splendore che attorniava la donna e stavo per sedermi accanto a lei quando vidi che non era sola. Sorrideva sì, non a me, ma al giovane bruno che le stava accanto. Nemmeno lo guardai. Seppi che ormai era tempo perso.
Feci una retromarcia improvvisa. E andai a sbattere contro il tavolo del vecchio. Non era Seneca né Platone ma pronunciò una sequela di improperi dimostrando di essere un alfiere del suo ramo.

Tornai in ufficio, deciso a saldare i conti in sospeso. Innanzitutto con quel qualcuno di mia conoscenza.
Mi sedetti alla scrivania. Sul tavolo appunti sparsi, qualche foto, un grosso telefono rosso che non squillava mai. Accesi la radio per ascoltare il notiziario, ma la spensi subito, quelle voci mi confondevano.

Accavallai le gambe e buttai i piedi sullo scrittoio, presi uno specchio, tolsi dal naso la montatura color oro, guardai dentro al vetro.
Non sembravo un angelo, solo un diavolone dai capelli rossicci. Un buono che la vita, i sensi di colpa e le esperienze avrebbero reso via via più duro.

Che avevo da chiedere a quel qualcuno?
Risi, di quelle risate amare che sembravano più un ghigno da bestia ferita.
E allora gli dissi fesso.
Fesso, dissi a quel qualcuno che mi aveva bloccato.
Ma pronunciai quell’unica parola quasi con compassione, senza usare troppa durezza nei confronti di quel volto che mi guardava intontito dallo specchio.
Mi ero imposto di seguire la ragazza, semplicemente perché mi piaceva. Avevo poi solo avuto paura. Sabotato dalle mie incertezze.
Avrei imparato la lezione? Mi chiesi, senza penarmi tanto di darmi una risposta.

Poi tolsi gambe e stivali dalla scrivania, spazzai con la mano qualche pietra e un po’ di terra bagnata che era caduta su, rassettai i fogli alla bell’è meglio.
Presi una pezza, andai fuori, lustrai per benino l’insegna.
Rimasi a guardarla per tre minuti buoni.

Björn Ungaretti. Agenzia investigativa.
Faceva un certo effetto.
Rientrai, mi gettai a peso morto sul divano e dormii per ore e ore. Una pila di fogli mi aspettava sulla scrivania. Appunti su Wilma e Adam.

Davide Pappalardo

La scomparsa di Josef Mengele – Olivier Guez

APPUNTI DISORDINATI DI LETTURA
Sappiamo, per aver studiato a scuola, gli orrori commessi durante la seconda guerra mondiale. Conosciamo la storia della deportazione, su come veniva effettuata la selezione nei Campi di Concentramento, lo sterminio e le camere a gas.
Conosciamo Auschwitz, conosciamo i nomi degli aguzzini, fra questo quello di Mengele e gli “esperimenti medici” che ha condotto.

Cosa sappiamo di Josef Mengele dopo la fine della 2 Guerra Mondiale ? Cosa sappiamo della sua fuga e del suo girovagare nel Sud-america ? Cosa sappiamo delle coperture ricevute grazie ai soldi della sua ricca famiglia e delle coperture ricevute dai vari Peron, Stroesser ?

Questo è quello che Olivier Guez ci racconta ……
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TERZA DI COPERTINA
Buenos Aires, giugno 1949. Nella gigantesca sala della dogana argentina una discreta fetta di Europa in esilio attende di passare il controllo. Sono emigranti, trasandati o vestiti con eleganza, appena sbarcati dai bastimenti dopo una traversata di tre settimane. Tra loro, un uomo che tiene ben strette due valigie e squadra con cura la lunga fila di espatriati. Al doganiere l’uomo mostra un documento di viaggio della Croce Rossa internazionale: Helmut Gregor, altezza 1,74, occhi castano verdi, nato il 6 agosto 1911 a Termeno, o Tramin in tedesco, comune altoatesino, cittadino di nazionalità italiana, cattolico, professione meccanico. Il doganiere ispeziona i bagagli, poi si acciglia di fronte al contenuto della valigia piú piccola: siringhe, quaderni di appunti e di schizzi anatomici, campioni di sangue,  vetrini di cellule. Strano, per un meccanico. Chiama il medico di porto, che accorre  prontamente. Il meccanico dice di essere un biologo dilettante e il medico, che ha voglia di andare a pranzo, fa cenno al doganiere che può lasciarlo passare. Cosí l’uomo raggiunge il suo santuario argentino, dove lo attendono anni  lontanissimi dalla sua vita passata.
L’uomo era, infatti, un ingegnere della razza. In una città proibita dall’acre odore di carni e capelli bruciati, circolava un tempo agghindato come un dandy: stivali,  guanti, uniforme impeccabili, berretto leggermente inclinato. Con un cenno del  frustino sanciva la sorte delle sue vittime, a sinistra la morte immediata, le camere a gas, a destra la morte lenta, i lavori forzati o il suo laboratorio, dove disponeva di uno zoo di bambini cavie per indagare i segreti della gemellarità, produrre superuomini e difendere la razza ariana. Scrupoloso alchimista dell’uomo nuovo, si aspettava, dopo la guerra, di avere una formidabile carriera e la riconoscenza del Reich vittorioso, poiché era… l’angelo della morte, il dottor Josef Mengele.

2666 – Roberto Bolaño – Adelphi Edizioni

2666 di Roberto Bolano – Adelphi.

Un libro no. Una indagine giornalistica no
Un universo, un mondo costruito attraverso cinque libri che non hanno una sequenzialità decisa dall’autore.
E’ il lettore che decide in che modo leggerli.
Cinque romanzi ambientati in una fantomatica città messicana Santa Teresa (che in realtà è Città Juarez).
Cinque modi di vivere la città più violenta e pericolosa se sei una donna:

LA PARTE DEI CRITICI: (intellettuali)
Descrive un gruppo di quattro critici letterari europei (un francese, uno spagnolo, una inglese ed un italiano) che hanno fatto carriera attorno alla figura di un elusivo scrittore tedesco, Benno von Arcimboldi. La ricerca di questo autore li porterà, alla fine, nella città messicana di Santa Teresa.

LA PARTE DI AMALFITANO (un padre)
Si concentra su Oscar Amalfitano, un docente di filosofia cileno dell’Università di Santa Teresa, mentalmente instabile, che teme che la figlia cada preda della violenza della città.

LA PARTE DI FATE (un giornalista)
Racconta del giornalista statunitense Oscar Fate, che scrive per una rivista che si occupa di questioni afro-americane, che viene inviato a Santa Teresa per fare un servizio su un match di boxe di cui ha scarsa conoscenza.

LA PARTE DEI DELITTI (la scomparsa delle donne)
Racconta la tragedia delle morti seriali di donne nel paese messicano di Ciudad Juárez (“Santa Teresa” nel romanzo). Il giornalista Sergio González Rodríguez esiste davvero, e ha scritto un libro che si intitola Ossa nel deserto. Sui delitti che da anni affliggono la città di Juarez, la teoria dello scrittore è la stessa proposta dal giornalista nel libro Ossa nel deserto, e cioè che i vari cartelli di narcos organizzino feste dove il divertimento principale consista nel violentare, torturare e uccidere giovani ragazze povere. L’omertà e l’ignoranza di politici e polizia è ben raffigurata nel romanzo, dove, come nella realtà, tutti sono implicati.

LA PARTE DI ARCIMBOLDI (autore cercato dai critici)
La vita dello scrittore Benno Von Arcimboldi dall’infanzia negli anni venti fino agli eventi narrati negli altri libri, intorno al 1999

CERCO TE – Mauro Mogliani

A volte ti capitano fra le mani libri che di autori esordienti che ti fanno rimpiangere di non averli scoperti prima.  Sulla copertina, bellissima fra l’altro, di questo libro in basso sotto il titolo c’è scritto THRILLER. Non aspettatevi un libro pieno di macchine che corrono serial killer spietati che massacrano quanto gli capita a tiro.
Questo è un Thriller, ma è cerebrale parla all’anima … ci racconta di cose che sappiamo, ma che per cattive abitudini, noncuranza e qualche volta per menefreghismo non ci stiamo attenti …  e ci parla di tutte quelle vittime innocenti che ogni giorno ignoriamo presi dal nostro egoismo

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Si si tutta colpa dell’Euro

Sento sempre piu spesso dire che l’euro ci ha rovinato la vita. Che tutto costava meno quando c’era la lira.

I libri per esempio in rapporto con lo stipendio medio non sono aumentati.

Perché invece, di dare la colpa all’euro, non ci raccontiamo la verità.

Si è vero che adesso è più difficile arrivare a fine mese rispetto a venti anni fa … ma di quante cose che oggi abbiamo e che nel 1999 non avevamo … riusciremo adesso a fare a meno.

Quanti di noi nel 1999 avevano uno smartphone che si collegava ad internet ?

Quanti di noi nel 1999 avevano netflix, nowntv, infinity, spotify, sky, dazn etc etx

Quanti di noi nel 1999 sentivano il bisogno di cambiare il cellulare ogni due anni per essere sempre alla moda e/o avere il modello nuovo.

Penso pochi, forse punti.

Non è stato l’euro a farci più poveri, siamo stati noi da soli cadendo nel consumismo più sfrenato non accontentandoci mai di quello che abbiamo.

Quando realmente eravamo più poveri ogni cosa la facevamo durare fino alla fine. Se compravano un disco lo ascoltavamo cosi tanto da rovinare i solchi al vinile…. oggi scarichiano e non ci diamo neanche il tempo di far nostra la musica che gia siamo pronti per scaricarne uno nuovo.

Da bambini un santos ci bastava per passare i pomeriggi… oggi quanti giochi per console occorrono ?