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Mon Roi – Il mio Re di Mailwenn

Come Tony, non ho ancora capito se arrabbiarmi con il personaggio di Cassel o arrendermi ed amarlo. In definitiva è questo che Georgio chiede alla sua compagna e al mondo: essere accettato. La scena finale, quella della promozione del figlio, diventa emblematica di questo: Georgio viene “promosso” genitore, lui che è sempre stato enfant terrible. Tony è una donna bruttina e borghese che fa l’avvocato e incontra l’uomo che diverrà la sua ossessione. Legati da un’attrazione essenzialmente fisica, i due inizialmente si divertono a sfidare le convenzioni e “fare i matti” in pubblico. Ma il carico di incomprensioni diventa insostenibile quando arriva la gravidanza di Tony, proprio nel momento in cui la donna capisce che lei il suo uomo non lo conosce affatto. Scoprirà che ha una relazione ambigua con la ex, cui si sente legato da un senso di colpa quando lei tenta il suicidio e scoprirà che ha dei debiti che gli valgono il pignoramento dei beni incautamente messi in comune col marito. Peraltro lui rivela alla donna che si fa di droghe e spesso la tradisce…Matrimonio e gravidanza vengono affrontati da entrambi con assoluta leggerezza finché arriva la resa dei conti. Per continuare ad avere un buon rapporto devono vivere separatamente…Quel che è certo è che Cassel interpreta un personaggio che gli è congeniale..anzi non sembra fare alcuno sforzo di immedesimazione; gli interpreti sono in effetti la chiave vincente del film.

La peste – Albert Camus

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Camus descrive un anno dalla primavera all’altra, nella vita della città di Orano,Algeria. Durante questo lasso di tempo, la città viene prima invasa da cadaveri di topi infetti e poi l’epidemia si trasmette agli uomini. Anche se il narratore, il dottor Rieux, presenta e descrive alcuni personaggi a lui vicini, il protagonista è collettivo, ovvero la città e i moti dell’animo degli abitanti. Camus riesce a costruire una narrazione abbastanza omogenea in cui i fatti ” obiettivi” si alternano a riflessioni filosofiche sul vero significato della peste, sulla solidarietà, i dilemmi religiosi e il significato dei legami tra uomini. L’ isolamento della città per ragioni sanitarie e le reazioni degli abitanti sono il paradigma della vita umana stessa, intesa come assurda perché destinata alla Fine; uomini come Rieux e Tarrou sono a vedere dello scrittore esempi di umanità e compassione conscia della condizione umana.

TERZA DI COPERTINA
Orano è colpita da un’epidemia inesorabile e tremenda. Isolata con un cordone sanitario dal resto del mondo, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da esperimento per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni, ma neppure è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto gli alleati del morbo. Scritto da Camus secondo una dimensione corale e con una scrittura che sfiora e supera la confessione, “La peste” è un romanzo attuale e vivo, una metafora in cui il presente continua a riconoscersi.

Anna – Niccolò Ammaniti

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Stephen King che si mescola a “Noah” di Fitzek che si mescola al Signore delle Mosche mentre strizza l’occhio a Landsdale ma anche al Giardino di cemento di Mc Ewan. Ma vengono a mente anche film come “The beach”. Non c è scena in questo libro che non rimandi a qualcos’altro di già “visto” o letto e infatti il libro ha un finale aperto. Quello che conta per Amanniti è tratteggiare il legame sanguigno della protagonista con la vita e il fratello. Circondati dalla morte (la Rossa) che colpisce solo dall’adolescenza in poi, Anna e il fratello avanzano in in mondo apocalittico, un po’ come i giovani del Decameron. L’unica cosa che salva l’uomo è restare umano.. E Anna i suoi “tesori” li ghermisce stretti.

TERZA DI COPERTINA
In una Sicilia diventata un’immensa rovina, una tredicenne cocciuta e coraggiosa parte alla ricerca del fratellino rapito. Fra campi arsi e boschi misteriosi, ruderi di centri commerciali e città abbandonate, fra i grandi spazi deserti di un’isola riconquistata dalla natura e selvagge comunità di sopravvissuti, Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma con le istruzioni per farcela. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà inventarne di nuove. Una luce che si accende nel buio e allarga il suo raggio per rivelare le incertezze, gli slanci del cuore e la potenza incontrollabile della vita. Perché, come scopre Anna, la «vita non ci appartiene, ci attraversa».

Alaska di Claudio Cupellini

La tormentatissima storia d’amore tra una giovane modella francese e un cameriere italiano inizia con un crimine. Appena conosciuta Nadine, Fausto si mette nei guai con un cliente dell’hotel in cui lavora e finisce in galera. Da qui in poi i destini dei due s’intrecciano tra contraccolpi del destino e colpi di testa di entrambi. Ottimo cast. Bravissimi i due protagonisti che recitano in francese e italiano. Un film pieno di pugni allo stomaco e scene tenere, una fotografia livida e un ritmo serrato.

Dobbiamo parlare – Sergio Rubini

Commedia dal ritmo brioso che tocca i nervi scoperti dei problemi del convivere e del realizzarsi attraverso la coppia. Ottima prova dei 4 interpreti e in particolare di Isabella Ragonese, il personaggio inizialmente più controllato che esplode in un crescendo teatrale che raramente si vede in una commedia italiana. Due coppie, una altoborghese e l’altra più intellettuale e di sinistra, implodono nel corso di una lunga serata che costringe i 4 ad un bilancio.

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TRAMA
Vanni e Linda sono fidanzati da dieci anni, convivono in un attico a Roma centro. Lui fa lo scrittore, lei è la sua ghostwriter. I loro migliori amici sono Costanza e Alfredo, detto il Prof. Due medici, lei una dermatologa e lui un cardiochirurgo innamorato del suo lavoro. Sono sposati, non hanno figli e gestiscono il loro matrimonio come una Spa.

Costanza scopre improvvisamente che il Prof. ha un’amante, e in preda ad una crisi di panico, irrompe in casa di Vanni e Linda. Inizia così la notte più lunga per i quattro protagonisti che tra litigi, scherzi, risate e ammissioni di colpe metteranno in gioco i loro amori e le loro amicizie.

Le Ricette della signora Toku

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Uno dei film più poetici che abbia mai visto. La fotografia, la sceneggiatura e gli interpreti sono magici. La storia di Toku è una parabola del diverso. Segregata in un sanatorio per il sospetto di contagio da lebbra,Toku sfugge per qualche tempo all’isolamento cui la confina la legge grazie a Sentaro, il gestore di un chiosco di dorayaki. La marmellata di fagioli rossi (han) che prepara Toku si sposa con l’impasto dei dolci donando al chioschetto di Sentaro un attimo di gloria. Ma dietro i due personaggi principali si cela un mondo di sofferenza sommersa. Solo il giovane che ha sperimentato sulla propria pelle il fallimento, comprende appieno la volontà di riscatto della donna. La cucina diventa maestra di vita ed espressione di amore. La vecchia signora ” parla’ alla Natura e finirà per “reincarnarsi” in un ciliegio. È la vecchia signora a essere pazza o …lo siamo noi?

DA WIKIPEDIA
Le ricette della signora Toku (あん An?, lett. “Pasta di fagioli dolce”) è un film del 2015 scritto e diretto da Naomi Kawase, basato sull’omonimo romanzo di Durian Sukegawa. Il film è stato scelto per aprire la sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2015. La pellicola è stata inoltre presentata nella sezione Contemporary World Cinema del Toronto International Film Festival 2015.

La casa del sonno – Jonathan Coe

Avvincente! Intanto la narrazione è su più livelli temporali ma scivola liscia come olio; eppure è un romanzo che passa dal passato al presente e dal reale all’onirico. I personaggi sono tutti interessanti, ben caratterizzati.C’è una metafora socio-politica per cui il sonno simboleggia il “letargo” delle coscienze sotto il governo thatcheriano, soprattutto un letargo intellettuale. Il dottor Dudden è un capitalista ma anche Terry l’intellettuale free-lance si è imbevuto di valori borghesi.
Ma ci sono due tipi di sonno: quello con sogni, creativo, tipico di Terry che ha degli ideali e il sonno visto come “malattia”, assenza di produttività: il punto di vista del folle dr. Dudden.
C’è un protagonista? Sì: il cambiamento. Nessun personaggio è quello principale ma certamente Sarah è il fulcro attorno a cui ruotano i vari”fili” della narrazione. Mi fa pensare a un ipertesto dove ogni frammento è un rimando a un qualcos’altro e così via. Temi: veglia/sogno, successo/fallimento, eterosessualità/omosessualità, idealismo/individualismo (o materialismo), realtà/immaginazione……
Il titolo allude a un libro che si menziona nella storia e contiene, come un metatesto, anche ciò che stiamo per/fianiamo di leggere..

la-casa-del-sonno-coeTERZA DI COPERTINA
Dopo La famiglia Winshaw, un altro caleidoscopio di invenzioni narrative e un’altra girandola di personaggi ora commoventi ora comici, in un dormiveglia caotico che non conosce riposo. In La casa del sonno si racconta l’avventura di un gruppo di giovani. Da studenti, nei primi anni Ottanta, vivono tutti nella severa Ashdown: Gregory, che studia medicina e ha la mania di spiare il sonno altrui; Veronica, una lesbica volitiva, ultrapoliticizzata e appassionata di teatro; Terry, che dorme quattordici ore al giorno e da sveglio sogna di girare un film che richiederà cinquant’anni di riprese; Robert, romantico studente di lettere, che scrive poesie d’amore per Sarah; e Sarah, appunto, intorno alla quale girano le vicende di tutti gli altri. Dodici anni dopo, Ashdown è diventata una clinica dove si cura la narcolessia e nei sotterranei si svolgono oscuri esperimenti. E’ un autentico “castello dei destini incrociati”, dove si avverano sogni e si dissolvono visioni; dove c’è chi dorme troppo e chi troppo poco, chi ama sognare piuttosto che vivere e chi non vorrebbe perdere un solo minuto di vita nel sonno. E, mentre si interroga ossessivamente sul valore e il significato del sonno, l’eterogenea comunità di studenti, diventata adulta, inciampa nel malessere, nella follia e nelle comiche incongruenze della vita.

Tony e Susan – Austin Wright

Il racconto come metafora della vita

Inizia bene questo romanzo : la vicenda narrata in “Animali notturni ” ha l’irruenza di una storia alla Stephen King mentre le riflessioni di Susan che intervallano le sedute di lettura, ricordano i monologhi alla Mrs Dalloway (Virginia Woolf).. Ma la storia di Tony e dell’aggressore Ray s’impantana, così come le esistenze dei protagonisti in carne ed ossa cui il manoscritto di Edward è liberamente ispirato. Della lettura del libro scritto da Edward, a Susan l’idealista resta l’amarezza di scoprire che il lieto fine non può mai essere gioioso se non nella dimensione del sogno.
Cap. 5 “Tony andrà incontro alla morte o al riscatto? Un goffo lieto fine rovinerebbe tutto ma è difficile immaginare un lieto fine bello”.
È dunque impossibile conoscere fino in fondo il vero autore (Edward) ma Susan può ancora fantasticare su un ideale di uomo (Tony) che alla fine della sua vita si riconcilia con il suo primo amore. Un’amara metafora assimila la scrittura alla vita : gli esseri umani sono sempre dilaniati tra fantasticheria e realtà. La conclusione delle cose nella realtà non coincide mai con l’ideale. Ma il romanzo può provocare una presa di coscienza in chi lo legge. Susan raggiungerà mai Edward? Non lo sappiamo perché ” In un libro il futuro non c’è ” come si dice nel libro stesso.
Dunque le 4 stelle che ho dato riguardano proprio la riflessione metaletteraria : il racconto interno (Ray e Tony) non è perfetto ma a Wright questo non interessa perché è solo un paradigma della vita di ognuno, i dubbi di Tony preso tra la follia di Ray e quella del “giustiziere” Bobby. Il racconto esterno, la ricezione del manoscritto da parte di Susan, anche quella è imperfetta così come il rapporto tra i due ex : nessuno può dare il giudizio finale ne’ sulla vita vissuta ne’ su quella narrata. Il destino è rischiare di vedere frustrate le aspettative in ognuno dei casi. Resta però la grande magia del raccontare, del porsi in discussione. Senza il manoscritto di Edward, oggi Susan non saprebbe mai quanto anche il nuovo compagno l’ha delusa. Questo romanzo ha il grande pregio di rivelare a Susan mentre lo sta scoprendo anche lei, le zone d’ombra del suo PRESENTE, di farla e farci riflettere sul non vissuto e su quelle fantasie che avvelenano l’esistere ma che sono l’unica fonte di momentanea eccitazione. La stessa che ci dà la vita mentre la viviamo.

cap. 7 . “La violenza la elettrizza come gli ottoni in una sinfonia. Susan non ha mai assistito a un assassinio(..).Al sicuro e protetta, Susan vive sull’orlo di una sciagura perché tutto quello che conosce è accaduto, mentre il futuro è ignoto. In un libro il futuro non c’è. Al suo posto c’è la violenza, il brivido”

cap 9 ” (Susan) ricorda la stretta al cuore che ha provato per Tony (…) Ma capisce perché Tony debba morire? Tony era diretto nel Maine e alla fine ci è arrivato (…) Il finale le è piaciuto più di quanto si aspettasse ma non sa se sia giusto…La casa nel Maine le sembra la sua, quella dove Edward era venuto a quindici anni e dopo il loro matrimonio.”
Dunque il sacrificio di Tony è stato necessario per far sì che dalle ceneri delle esistenze ideali, rinasca una sorta di futuro: solo il dialogo (la lettera di Susan a Edward) potrà riaprire i giochi.

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Le otto montagne – Paolo Cognetti

Un bel romanzo “solido” che si inserisce nella tradizione letteraria italiana che preferisco: Pavese,Ginzburg,Rigoni Stern …Stile lineare per una storia sui valori e sulle relazioni padre/figlio in cui si insinua un terzo polo, il figlio ‘acquisito’ per affinità elettiva dal padre di Pietro, cioè Bruno, amico del protagonista. Bellissime descrizioni naturali.

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TERZA DI COPERTINA
Pietro è un ragazzino di città. La madre lavora in un consultorio di periferia, farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un solitario, e torna a casa ogni sera carico di rabbia. Ma sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l’orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Graines sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quella Val d’Ayas “chiusa a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso” ma attraversata da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lì, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma si occupa del pascolo delle vacche. Sono estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, “la cosa più simile a un’educazione che io abbia ricevuto da lui”. La montagna è un sapere, un modo di respirare, il suo vero lascito: “Eccola lì, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino”. Paolo Cognetti esordisce nel romanzo con un libro sui rapporti che possono essere accidentati ma granitici, sulla possibilità di imparare e sulla ricerca del nostro posto nel mondo.

Scompartimento N° 6 – Rosa Liksom

Curioso, osceno, poetico…un libro strano dove i due protagonisti non potrebbero essere più diversi, la ragazza finlandese reduce da una storia d’amore che divide lo scompartimento della Transiberiana con un pregiudicato russo dedito al turpiloquio. Il linguaggio dell’uomo è osceno, lui sempre ubriaco di vodka ma nella sua rozzezza traspare il passato dell’ intera Russia. Notevoli le descrizioni naturali che addolciscono il livore dei monologhi dell’uomo.

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Mosca, anni ’80, sul leggendario treno della Transiberiana diretto a Ulan Bator, in Mongolia, due estranei si trovano a condividere lo stesso scompartimento: una timida e taciturna studentessa finlandese e un violento proletario russo dall’inesauribile sete di vodka. Nell’intimità forzata del piccolo spazio chiuso la tensione sale. Lui è uno sciovinista, misogino, antisemita, avvezzo al carcere e ai campi di correzione, ma con l’irriducibile passione per la vita di chi si aggrappa agli istinti bruti per non cedere al vuoto che lo circonda. Vede il fallimento del sogno sovietico, la deriva della grande madre Russia, ma non può che difenderla con la disperazione di un amore deluso. Lei è tormentata dai ricordi del suo ragazzo moscovita, uno studente che si è finto pazzo per non combattere in Afghanistan ed è impazzito nel manicomio dove l’hanno rinchiuso, lasciandola piena di domande senza risposta nella terra che l’ha sedotta. È l’anima di questa terra a pulsare nelle sconfinate distese che il treno attraversa, nei villaggi divorati dal degrado e dalla taiga innevata, nelle città chiuse dei deportati e degli scienziati, nel mosaico di identità e popoli di una Siberia in cui tutto è estremo. Con un realismo crudo che trasuda poesia, Rosa Liksom racconta l’incontro tra due destini, tra l’universo maschile e femminile, ma soprattutto il viaggio attraverso la fine di un impero che sembra sciogliersi in fanghiglia ai primi segni del disgelo, nel cuore di un popolo disilluso e fiero, rude e sentimentale, rassegnato e ribelle, che vive nella perenne nostalgia del passato e del futuro, nell’eterno sogno cechoviano “A Mosca! A Mosca!”.