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Radiohead – In Rainbow

In questo momento il mondo si divide in due, chi considera i Radiohead degli innovatori e chi pensa che si siano “solo” scelti una buona $trategia di marketing. Non stà certamente a me decidere da che parte stanno Tom Yorke e i suoi Radiohead, io posso solo dire che ho trovato il disco interessante, non semplice, ma con dei buoni spunti. Niente a che fare con i primi dischi quando i RH erano ancora giovani e con tanta voglia di sperimentare.

Liverpool – Por Favor Sucesso (1969)


Faixas:
01. Por Favor Sucesso
02. Que Mania
03. Cabelos Varridos
04. 13o. Andar
05. Blue Haway
06. Você Gosta
07. Olhai os Lirios do Campo
08. Voando
09. Planador
10. Água Branca
11. Impressões Digitais
12. Paz e Amor
13. Tão Longe de Mim

Un buon gruppo nato con i suoni del rythm’n’blues alla Rolling Stones, al quale aggiungeva i suoni del “tropicalismo” e delle band psichedeliche californiane, una sorta di contaminazione ante-litteram.

Quintetto formato da ragazzi del barrio operaio di IAPI, Zona a Nord di Porto Alegre.

Un misto di Classic Rock anglo-americano in salsa “tropicalista”

Il disco si apre con il brano che da il titolo a tutto l’album e contiene delle buone composizioni con un mix di brani strumentali e testi che raccontano le aspettative della gioventù brasiliana di quel periodo.

Impossibile non notare durante l’ascolto Olhai os Lírios do Campo”, “Impressões Digitais” e “Voando”  con una vena che direi ultra-psichedelica.

La vena  contaminatrice la si può ascoltare nella bossa-rock”Planador” nella tropicalissima “Paz e Amor, nel folk-rock “Tão Longe de Mim” e nella rollingstoniana  “Que Pena”.

Passati oramai più di 30 anni dall incisione di questo disco spesso la musica può suonare datata.

spoon ga-ga-ga-ga-ga

Ga Ga Ga Ga Ga (Merge – 2007)

Chi ha detto che ad Austin, in Texas, si suonano solo folk e country? Ma li avete mai sentiti gli Spoon?

Come Ulisse che per ottener ragione sui proci scoccò la sua freccia fra gli anelli delle lance, così Britt Daniel (voce e chitarra) e Jim Eno (batteria) dopo Girls Can Tell e Gimme Fiction inanellano il 3° terzo centro consecutivo.

Ga Ga Ga Ga Ga è tanto bello quanto differente dagli altri due, come anche essi lo sono fra di loro. Se il primo vanta una discrta freschezza pop-acustica e il secondo è arrogantemente rock, in Ga Ga Ga Ga Ga fa capolino l’elettronica. Ovviamente non è un disco “di elettronica”, ma decisamente speziato di bytes, questo sì.

In una band di classe come gli Spoon, intendiamoci restiamo sempre entro il recinto dell’indie rock, non si va tanto per il sottile, ma tra tanta classa, spesso la differenza la fanno i particolari. Qui più che in altri casi, i particolari valgono quanto l’ispirazione, e se nel quinquennio 2002-2007 questa non è mai venuta meno, le differenze vanno cercate tra le sottili venature dei solchi. Per intenderci nella bellissima e conclusiva The Ghost Of Your Linger, un piano secco e puntuale è la scusa per uno sonnolento scricchiolio d’elettronica, il cui risultato restituisce la canzone più lugubre che i Go Betweens non abbiano mai scritto.

E’ pur sempre vero che gli Spoon non fanno certo dischi lo-fi, forse non è nel D.N.A. di chi nasce ad Austin, ma un certo riverbero Pavement è ravvisabile in più passaggi. L’imprinting lo-fi probabilmente è un residuo dei tour divisi a metà con Pavement e Guided By Voices (su cui sempre più spesso mi vien voglia di scriverci sopra una bella retrospettiva).

I riferimenti per chi ancora non conoscesse il gruppo li avrete capiti, ma voglio svelare proprio tutto e ci metto dentro anche Pixies, The Shins (per quel mood sempre fresco eppur mai banale, che è sulla punta delle dita di pochi gruppi) e Destroyer. Per quanti invece già li conoscessero, bè non è cambiato nulla, dalla Merge che ancora una volta ci mette l’investimento iniziale alla qualità ancora integra.

Blak Like Me e Finger Feelings, con quel sound inconfondibile, riporta l’ascoltatore sul qui e adesso: hei, questo è un disco degli Spoon! E si sente!

Girls Can Tell e Gimme Fiction non possono rimanere orfani sullo scaffale, Ga Ga Ga Ga Ga è da avere, la vostra colezione di dischi non ne risentira, anzi.

FONTE: INDIE RIVIERA

Okkervile River – The Stage Names

Okkervil River: The Stage Names
Okkervil River:
The Stage Names
ANNO: 2007
ETICHETTA: Jagjaguwar“La qualità dei brani rifulge senza alcun segno di cedimento in tutti e nove le tracce dell’album”
il giudizio di indie-rock.it: 9/10
GENERE: folk-rock.PROTAGONISTI: Will Sheff (voce, chitarre, piano, organo), Jonathan Meiburg (soltanto tastiere qua e là, dovendosi dedicare a tempo pieno al suo – brillante – progetto Shearwater), Travis Nelsen (batteria, percussioni), Brian Cassidy (chitarre, tastiere, arrangiamenti d’archi), Patrick Pestorius (basso), Scott Brackett (tromba, percussioni). Co-produce il ‘solito’ Brian Beattie.

SEGNI PARTICOLARI: il fiume Okkervil non scorre in Texas, come l’immaginario folk disegnato dalle canzoni di Will Sheff suggerirebbe, bensì in Russia, poco distante da San Pietroburgo, ed è il titolo di un racconto della scrittrice russa trapiantata negli Stati Uniti Tatyana Tolstaja, di illustre discendenza. Questo indizio tradisce la passione divorante che il deus ex machina della band di Austin nutre per la letteratura, caratteristica che emerge in maniera sfolgorante nelle liriche delle sue canzoni. L’esordio degli Okkervil River (non contando l’introvabile EP ‘Bedroom’), targato Jound, vede le stampe nel 2000 e si chiama ‘Stars Too Small To Use’, ricco di ancora acerbe influenze roots. Col successivo ‘Don’t Fall In Love With Everyone You See’ (Jagjaguwar, 2002) la cifra stilistica della band di Sheff è già notevole, e l’accorta produzione di Brian Beattie si fa sentire, ma con ‘Down The River Of Golden Dreams’ (2003) arriva la meritata consacrazione di cult band. ‘Black Sheep Boy’ (2005) è l’album più ambizioso, caleidoscopio di ritmi ed umori che oltrepassa gli stretti confini del folk a stelle e strisce. Oggi, dopo una moltitudine di EP mai meno che interessanti e l’ennesimo rimescolamento nella line-up, gli Okkervil River danno alle stampe ‘The Stage Names’, più immediato del predecessore, ma dai contenuti musicali di assoluto pregio.

INGREDIENTI: col precedente ‘Black Sheep Boy’, sorta di concept ispirato da una canzone di Tim Hardin, Will Sheff esplorava una moltitudine di registri musicali differenti, pur senza allontanarsi troppo dal proprio seminato. Sempre di musica folk si trattava, ma nella più ampia e moderna accezione del tempo, alla maniera di Wilco, Eels o Bright Eyes. Con ‘The Stage Names’, Sheff abbandona (solo momentaneamente?) certe oscure divagazioni wave e qualche screziatura elettronica intraviste nel disco precedente ed approda deciso verso un pop brillante ed ironico, intelligente nei testi quanto efficace e policromo negli arrangiamenti. Un percorso non troppo distante da quello intrapreso dai Decemberists, per fare qualche nome. Il brio e la verve dell’iniziale ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’ riconducono alla mente le travolgenti esibizioni live della band, una sorta di folk punk denso e diretto. Le successive ‘Unless It Kicks’ e ‘A Hand To Take Hold Of The Scene’ procedono sulla stessa falsariga, accentuandone ulteriormente la componente pop. ‘Savannah Smile’ è manna dal cielo per i nostalgici orfani di ‘It Ends With A Fall’, il brano che apriva ‘Down The River…’ considerato da molti il vertice della discografia di Sheff e soci: il cantato del leader, mai così intimo e ricco di pathos, ed il dolcissimo arrangiamento d’archi ne fanno per chi scrive una delle canzoni dell’anno. ‘Plus Ones’ è un abile compendio della maestria compositiva di Sheff, che con un fitto gioco di rimandi cita alcuni classici del rock aumentando di uno i personaggi dei rispettivi testi: compare così l’ottavo dei fratelli cinesi dei R.E.M. di ‘Reckoning’, mentre i modi per lasciare un amante di Paul Simon diventano cinquantuno. Allo stesso modo, in ‘John Allyn Smith Sails’ fa capolino la melodia di Sloop John B. Il passato che ritorna, le melodie immortali che rimangono. Come quelle degli Okkervil River.

DENSITA’ DI QUALITA’: la semplificazione dei registri stilistici del gruppo di Austin rispetto al precedente lavoro non penalizza affatto la qualità dei brani, che al contrario rifulge senza alcun segno di cedimento in tutti e nove le tracce dell’album.

VELOCITA’: l’album alterna sapientemente momenti più veloci e spensierati a canzoni più introspettive e malinconiche, con le prime numericamente preponderanti. In fondo è lo stesso Will Sheff ad affermare pubblicamente: “Sentirei di aver fallito a qualche livello se la nostra musica non fosse semplicemente del buon rock and roll”.

IL TESTO: con la consueta ironia, in ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’, Sheff recita: “It’s just a life story, so there’s no climax; no more new territory, so pull away the IMAX” .

LA DICHIARAZIONE: “Talvolta, quando la band è stanca e sfinita, ti viene voglia di scrivere un inno pop per il gruppo. Una canzone come ‘Unless It’s Kicks’ altro non era che il mio tentativo di dire: ‘Forza ragazzi, andiamo avanti!'”.

IL SITO: Okkervilriver.com

Vincenzo Ostuni

FONTE: INDIE-ROCK
LICENZA : CREATIVE COMMONS

Drones – Gala Mill

Drones: Gala Mill
Drones:
Gala Mill
ANNO: 2006
ETICHETTA: ATP“La forte emotività e il grande coinvolgimento che provoca questo disco ne sono il vero punto di forza, come un pugno pronto a toglierti il respiro”
il giudizio di indie-rock.it: 8/10
GENERE: rock ad alto tasso alcolico.PROTAGONISTI: Gareth Liddiard (voce, chitarra), Rui Pereira (chitarra), Fiona Kitchin (basso), Michael Noga (batteria).

SEGNI PARTICOLARI: terza prova per la band australiana, guidata dalla voce e dalla vena creativa di Liddiard, un moderno Crocodile Dundee con la vena poetica di Bob Dylan e il fegato di Georgie Best.

INGREDIENTI: Nick Cave, Dirty Three, Tom Waits, Bob Dylan, Neil Young.

DENSITA’ DI QUALITA’: le chitarre ronzano nella vecchia fattoria, che non è quella di zio Tobia, bensì quella di Gala Mill, località di registrazione dell’ultima fatica targata Drones. Un posto sperduto nella Tasmania da dove i Drones ci raccontano strane storie, storie di sofferenza, di rabbia e disperazione. Si respira aria genuina in questo disco, musica vera suonata con il cuore. Gareth, da buon australiano, è molto legato alla sua terra, e insieme al suo gruppo ha inciso un disco che racchiude un bel po’ dell’aria buona (o malsana?) che si respira laggiù. Ballate distorte, lamentose, storie oscure e malate. E’ un disco senza una precisa collocazione temporale, come se in ‘Gala Mill’ il tempo non passasse, o perlomeno si muovesse in modo differente da come noi lo percepiamo. Ogni pezzo è pervaso da una sorta di malinconia rabbiosa, e il tutto, traccia dopo traccia, sembra come una lenta discesa nel buio polveroso di qualche posto dimenticato da Dio. Liddiard è li che ci accompagna mano nella mano, e sembra una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. La forte emotività e il grande coinvolgimento che provoca questo disco ne sono il vero punto di forza, come un pugno pronto a toglierti il respiro.

VELOCITA’: dalle ballate lente e ciondolanti all’andamento punk di ‘I Don’t Ever Want To Change’, comunque il ritmo è abbastanza vario.

IL TESTO: “My heart just kneels there / It’s been with me such a long long time / But these dog eared feelings never bite”, da ‘Dog Eared’.

LA DICHIARAZIONE: “‘Jezebel’, la prima canzone dell’album, è molto aggressiva, e tratta parecchi argomenti. E’ come Bob Dylan che all’improvviso impazzisce.”

IL SITO: Thedrones.com.au oppure Myspace.com/thedronesthedrones

Luca Falzetti

FONTE: INDIE-ROCK LICENZA CREATIVE COMMONS

Fragile – Sting

se il sangue scorrerà quando la carne e acciaio sono tutt’uno
La pioggia di domani laverà via le macchie
ma qualche cosa nella nostra mente resterà sempre
Forse questa ultima guerra e’ stata voluta atroce
ma dobbiamo ribadire l’argomento di una vita
che nulla viene dalla violenza
e nulla mai potrà (la violenza)
per tutti quelli nati sotto di una stella adirata
affinché noi non dimentichiamo quanto siamo fragili
su e la pioggia cadrà
come lacrime da una stella ferita
su e la pioggia dirà
quanto siamo fragili