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24 Luglio 1949 – Fausto Coppi vince il Tour De France: è il primo ciclista a fare l’accoppiata Giro-Tour nello stesso anno

Fra i tanti libri che raccontano la storia della Classica francese oggi vi voglio proporre un giallo.

OMICIDIO AL TOUR DE FRANCE – JORGE ZEPEDA

Il Tour non è una gara. È una guerra. Tappa dopo tappa, la battaglia si fa più dura, la salita più ripida. E a quel punto devi essere disposto a tutto per vincere. Anche a uccidere.
È quel momento dell’anno. Il momento del Tour de France. Il giovane e promettente Marc Moreau fa parte di una squadra eccezionale: è il gregario dell’americano Steve Panata, quattro volte campione nonché favorito insieme all’inglese Peter Stark e al colombiano Óscar Cuadrado.
Peccato che il Tour non sembri iniziato sotto i migliori auspici: una serie di stranissimi incidenti, tra cui un inspiegabile infortunio collettivo e un avvelenamento, ne turbano lo svolgimento. Finché, in un’escalation che sembra inarrestabile, ci scappa anche il morto. Un gregario della squadra inglese viene trovato senza vita in una vasca da bagno. La polizia è ormai all’erta: il commissario Favre, incaricato di seguire il caso, chiede aiuto proprio a Marc – il suo passato in polizia e la sua vicinanza ai fatti lo rendono la persona più adatta a collaborare alle indagini. Perché una cosa è chiara: c’è un killer tra gli atleti, e la rosa dei sospetti, man mano, è sempre più ristretta. Tanto che, mentre le salite si fanno più impossibili, e il cronometro più sensibile, Marc Moreau comincia a chiedersi se non sia proprio il suo compagno di squadra, l’invincibile Steve, ad avere un motivo per uccidere…
Il nuovo fenomeno del giallo spagnolo, paragonato ai romanzi di Agatha Christie, è un intrigo irresistibile che vi porterà tra le salite e le discese di un’indagine piena di mistero e atmosfera.

Olimpia

22 Luglio 776a.c. – Olimpia Grecia
Alcuni storici ritengono siano iniziati in questo giorno i primi giochi olimpici.

In occasione di questa data vi propongo

I MITI GRECI di Robert Graves

Prima della scienza, prima della religione, c’è il mito. Modo ingenuo – ci dicono – modo fantasioso, spregiudicato e prescientifico, di spiegare l’origine delle cose e degli uomini, gli usi i costumi e le leggi. Filologia, etnografia, antropologia hanno lacerato il velo del mito, evidenziandone le radici ideologiche, il retroterra di superstizione e di magia. Ma i miti, così dissezionati, ci vengono restituiti alla stregua di freddi reperti anatomici, buoni tuttalpiù per qualche museo. Robert Graves è riuscito a rianimare questa materia ormai inerte, restituendocela con tutto il suo splendore, il suo sense of wonder e (anche) of humour.

Matteo Bordiga incontra i lettori e firma le copie del libro “Italia 90 il sogno mancato” Leone Editore

SABATO 16 MARZO 2019
Dalle ore 11 alle ore 18:00 circa

L’avvincente cammino dell’Italia al Mondiale casalingo del 1990, raccontato ripercorrendo tutte le partite disputate dagli azzurri e i risultati delle altre nazionali, fino alla famigerata semifinale di Napoli persa dall’Italia contro l’Argentina capitanata da Diego Armando Maradona. Le «notti magiche» sono rivissute anche attraverso interviste inedite ai calciatori azzurri protagonisti del Mondiale, con preziose testimonianze sui retroscena di Italia ’90 e approfondite riflessioni sui problemi del calcio italiano attuale.

Matteo Bordiga è nato a Cagliari il 12 novembre del 1980. Laureatosi in Giornalismo, Editoria e Comunicazione Multimediale, lavora da anni nel campo del giornalismo cartaceo e digitale, occupandosi di cronaca e di cultura. nel mondo editoriale ha maturato una solida esperienza come editor e come responsabile di ufficio stampa. nel 2014 ha pubblicato L’Isola dei Giganti (CUEC), un racconto-intervista sull’irripetibile trionfo del Cagliari Calcio, che nel 1970 si laureò campione d’Italia.


WalterZenga Franco Baresi GiuseppeBergomi LuigiDeAgostini CiroFerrara RiccardoFerri PaoloMaldini PietroVierchowod CarloAncelotti NicolaBerti FerdinandoDeNapoli StefanoTacconi GiusepeGiannini GiancarloMarocchi RobertoBaggio AndreaCarnevale RobertoDonadoni RobertoMancini
SalvatoreSchillaci AldoSerena GianlucaVialli GianlucaPagliuca

il libro della gloria – Lloyd Jones

Agosto 1905. Un gruppo di ragazzi sale su una nave ad Auckland, in Nuova Zelanda, e inizia una lunga traversata alla volta dell’Inghilterra: prima tappa di una gloriosa tournée che toccherà paesi lontani e misteriosi. Città splendenti, moderne e caotiche.Tra di loro ci sono due calzolai, due fabbri, tre agricoltori, un caporeparto del mattatoio, due minatori, un impiegato statale e uno di banca, un ex fantino, due corridori professionisti e un maestro d’ascia. Sono i mitici All Blacks. Ma questi ragazzi ancora non sanno che il loro destino sarà quello di diventare una leggenda del rugby e di conquistare il mondo. Giocano la prima partita nel Devon ed è una sorprendente vittoria. È solo l’inizio. Da quel momento in poi mietono un successo dopo l’altro. Il pubblico li adora. Le signore li coccolano. I mariti li invidiano. Per loro vengono organizzate cene, balli e serate di gala. Sono ospitati e accolti con ogni onore in molte città della vecchia Europa: dall’Inghilterra all’Irlanda, alla Scozia, al Galles, alla Francia. Curiosi e smarriti attraversano il Nuovo Mondo. Ognuno di loro possiede una buona dose di coraggio, ingenuità, elegante naturalezza e generosità senza pari. Un irrefrenabile piacere di giocare insieme e uno spirito di squadra ferreo e indiscutibile. A dicembre, a soli quattro mesi dalla partenza, sono già i «meravigliosi All Blacks» che nella classica divisa nera hanno battuto lo Yorkshire 40 a 0 e l’Inghilterra e l’Irlanda con un secco 15 a 0. Eppure questi ventisette ragazzi belli, forti, timidi e generosi, sembrano non abituarsi mai ad essere oggetto di così tante attenzioni e il loro sogno resterà fino alla fine «continuare a orbitare nel nostro piccolo mondo di calzolai e fonditori». Di vittoria in vittoria, di successo in successo, con uno stile misurato e commovente che sta fra l’appunto di viaggio e la poesia, l’epopea e il racconto quotidiano, seguiamo la travolgente esperienza della squadra fino al giorno del tanto desiderato ritorno a casa. Quando gli All Blacks sono per sempre consegnati alla gloria e alla leggenda.Ventisette ragazzi timidi e coraggiosi salgono su una nave ad Auckland, in Nuova Zelanda, e da qui navigano alla volta dell’Inghilterra. Sono i mitici «Original» All Blacks. A loro appartiene un preciso destino: diventare una leggenda del rugby e conquistare il mondo. Partita dopo partita, vittoria dopo vittoria, la loro gloria li precede e la loro haka trascina le folle. Davanti a un pubblico dapprima diffidente, poi partecipe, infine entusiasta, questi ragazzi in maglietta e calzoncini neri, giocano increduli le proprie vite e segnano le sorti di uno sport che troverà sostenitori fedeli e innamorati in tutto il mondo.Per la cronaca, nella loro prima tournée, gli All Blacks segnarono ottocentotrenta punti e ne concessero trentanove.

L’ultimo rigore di Farouk – Gigi Riva

A volte capita che sei partecipe di un evento che cambierà la storia del mondo. Ci sei, ma non lo sai e non lo capirai. Poi un giorno un editore ti regala un libro …
il 30 giugno 1990 ero in Curva Fiesole in mezzo ai tanti.che erano li per assistere ad Argentina Jugoslavia … quarti di finale del Campionato del Mondo di Calcio.
Intorno a6297-3lle 19:30 Faruk Hadžibegić sbaglia il rigore che elimina la jugoslavia.
L’ultima partita della nazionale jugoslava per come la.conoscevamo.
Un mese prima il 13 maggio sempre su un campo di calcio erano scoppiatii primi scontri etnici fra Croati e Serbi.
La squadra sperava nella vittoria contro l’Argentina per ricompattare e ricreare quello spirito.di unità che ai stava sfaldando grazie ai tanti nazionalismi.
Io quel giorno tifavo per la jugoslavia.
Libro interessante per.chi vuol leggere il calcio in maniera diversa .. non come sport, ma come modalità per indirizzare politicamente le masse.
Ps:gigi riva l’autore non è GIgi Riva bomber del Cagliari

Chissà quante volte Faruk si sarà chiesto …. ma se quel rigore entrava forse la guerra non si faceva …..

TERZA DI COPERTINA
«Sono quasi le 7,30 della sera a Firenze. Nessuna brezza è arrivata a dare un briciolo di refrigerio. Ai calci di rigore si consuma il destino di quella che sarà l’ultima Jugoslavia alla fase finale di una competizione mondiale». Una vicenda emblematica del rapporto perverso tra sport e politica.
Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegić, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlović, da Savićević a Bokšić, da Jozić a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria».
Gigi Riva è caporedattore centrale del settimanale «l’Espresso». Da inviato speciale de «Il Giorno» ha seguito tutte le guerre balcaniche degli anni Novanta

Match Point

Chi disse “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.