La casa del sonno – Jonathan Coe

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I personaggi, di questo libro, sono costantemente immersi nel dubbio, nella ricerca di una definizione di sé, nell’esplorazione introspettiva, nell’incertezza.
Il tema profondo del libro è l’identità. I personaggi sono colti in quella fase di incertezza e di transizione che è propria della giovinezza, quando si esplora e si ricerca la propria identità intellettuale, emotiva e sessuale.

TERZA DI COPERTINA

Dopo La famiglia Winshaw, un altro caleidoscopio di invenzioni narrative e un’altra girandola di personaggi ora commoventi ora comici, in un dormiveglia caotico che non conosce riposo. In La casa del sonno si racconta l’avventura di un gruppo di giovani. Da studenti, nei primi anni Ottanta, vivono tutti nella severa Ashdown: Gregory, che studia medicina e ha la mania di spiare il sonno altrui; Veronica, una lesbica volitiva, ultrapoliticizzata e appassionata di teatro; Terry, che dorme quattordici ore al giorno e da sveglio sogna di girare un film che richiederà cinquant’anni di riprese; Robert, romantico studente di lettere, che scrive poesie d’amore per Sarah; e Sarah, appunto, intorno alla quale girano le vicende di tutti gli altri. Dodici anni dopo, Ashdown è diventata una clinica dove si cura la narcolessia e nei sotterranei si svolgono oscuri esperimenti. E’ un autentico “castello dei destini incrociati”, dove si avverano sogni e si dissolvono visioni; dove c’è chi dorme troppo e chi troppo poco, chi ama sognare piuttosto che vivere e chi non vorrebbe perdere un solo minuto di vita nel sonno. E, mentre si interroga ossessivamente sul valore e il significato del sonno, l’eterogenea comunità di studenti, diventata adulta, inciampa nel malessere, nella follia e nelle comiche incongruenze della vita.

Non e’ un paese per vecchi – Cormac McCarthy

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Come sempre c’è chi fa la storia e chi la subisce. I morti alla fine non si contano e a chi resta in questo mondo non rimane che vivere la propria esistenza sapendo che in fondo rappresenta un mistero e che una speranza o una promessa sono necessari per poter continuare.

“Per governare la gente perbene non ci vuole niente. La gente cattiva non si può governare affatto. O almeno a me non risulta che ci sia mai riuscito nessuno”
“C’è una strada che va in California e un’ altra che torna indietro. Ma il modo migliore per andarci sarebbe semplicemente ritrovarsi lì”.



La notte dell’oracolo – Paul Auster

Non ti molla fino alla fine…..
Avvincente il gioco di “scatole cinesi” della storia nella storia, del libro dentro il libro, e l’inestricabile legame tra passato, presente e futuro, tra realtà vissuta, realtà sognata e realtà scritta
Quanto al finale non è molto eclatante ma generalmente è la vita che molto spesso ti riserva epiloghi consueti e facilmente prevedibili.



Liverpool – Por Favor Sucesso (1969)


Faixas:
01. Por Favor Sucesso
02. Que Mania
03. Cabelos Varridos
04. 13o. Andar
05. Blue Haway
06. Você Gosta
07. Olhai os Lirios do Campo
08. Voando
09. Planador
10. Água Branca
11. Impressões Digitais
12. Paz e Amor
13. Tão Longe de Mim

Un buon gruppo nato con i suoni del rythm’n’blues alla Rolling Stones, al quale aggiungeva i suoni del “tropicalismo” e delle band psichedeliche californiane, una sorta di contaminazione ante-litteram.

Quintetto formato da ragazzi del barrio operaio di IAPI, Zona a Nord di Porto Alegre.

Un misto di Classic Rock anglo-americano in salsa “tropicalista”

Il disco si apre con il brano che da il titolo a tutto l’album e contiene delle buone composizioni con un mix di brani strumentali e testi che raccontano le aspettative della gioventù brasiliana di quel periodo.

Impossibile non notare durante l’ascolto Olhai os Lírios do Campo”, “Impressões Digitais” e “Voando”  con una vena che direi ultra-psichedelica.

La vena  contaminatrice la si può ascoltare nella bossa-rock”Planador” nella tropicalissima “Paz e Amor, nel folk-rock “Tão Longe de Mim” e nella rollingstoniana  “Que Pena”.

Passati oramai più di 30 anni dall incisione di questo disco spesso la musica può suonare datata.

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Ga Ga Ga Ga Ga (Merge – 2007)

Chi ha detto che ad Austin, in Texas, si suonano solo folk e country? Ma li avete mai sentiti gli Spoon?

Come Ulisse che per ottener ragione sui proci scoccò la sua freccia fra gli anelli delle lance, così Britt Daniel (voce e chitarra) e Jim Eno (batteria) dopo Girls Can Tell e Gimme Fiction inanellano il 3° terzo centro consecutivo.

Ga Ga Ga Ga Ga è tanto bello quanto differente dagli altri due, come anche essi lo sono fra di loro. Se il primo vanta una discrta freschezza pop-acustica e il secondo è arrogantemente rock, in Ga Ga Ga Ga Ga fa capolino l’elettronica. Ovviamente non è un disco “di elettronica”, ma decisamente speziato di bytes, questo sì.

In una band di classe come gli Spoon, intendiamoci restiamo sempre entro il recinto dell’indie rock, non si va tanto per il sottile, ma tra tanta classa, spesso la differenza la fanno i particolari. Qui più che in altri casi, i particolari valgono quanto l’ispirazione, e se nel quinquennio 2002-2007 questa non è mai venuta meno, le differenze vanno cercate tra le sottili venature dei solchi. Per intenderci nella bellissima e conclusiva The Ghost Of Your Linger, un piano secco e puntuale è la scusa per uno sonnolento scricchiolio d’elettronica, il cui risultato restituisce la canzone più lugubre che i Go Betweens non abbiano mai scritto.

E’ pur sempre vero che gli Spoon non fanno certo dischi lo-fi, forse non è nel D.N.A. di chi nasce ad Austin, ma un certo riverbero Pavement è ravvisabile in più passaggi. L’imprinting lo-fi probabilmente è un residuo dei tour divisi a metà con Pavement e Guided By Voices (su cui sempre più spesso mi vien voglia di scriverci sopra una bella retrospettiva).

I riferimenti per chi ancora non conoscesse il gruppo li avrete capiti, ma voglio svelare proprio tutto e ci metto dentro anche Pixies, The Shins (per quel mood sempre fresco eppur mai banale, che è sulla punta delle dita di pochi gruppi) e Destroyer. Per quanti invece già li conoscessero, bè non è cambiato nulla, dalla Merge che ancora una volta ci mette l’investimento iniziale alla qualità ancora integra.

Blak Like Me e Finger Feelings, con quel sound inconfondibile, riporta l’ascoltatore sul qui e adesso: hei, questo è un disco degli Spoon! E si sente!

Girls Can Tell e Gimme Fiction non possono rimanere orfani sullo scaffale, Ga Ga Ga Ga Ga è da avere, la vostra colezione di dischi non ne risentira, anzi.

FONTE: INDIE RIVIERA

Okkervile River – The Stage Names

Okkervil River: The Stage Names
Okkervil River:
The Stage Names
ANNO: 2007
ETICHETTA: Jagjaguwar“La qualità dei brani rifulge senza alcun segno di cedimento in tutti e nove le tracce dell’album”
il giudizio di indie-rock.it: 9/10
GENERE: folk-rock.PROTAGONISTI: Will Sheff (voce, chitarre, piano, organo), Jonathan Meiburg (soltanto tastiere qua e là, dovendosi dedicare a tempo pieno al suo – brillante – progetto Shearwater), Travis Nelsen (batteria, percussioni), Brian Cassidy (chitarre, tastiere, arrangiamenti d’archi), Patrick Pestorius (basso), Scott Brackett (tromba, percussioni). Co-produce il ‘solito’ Brian Beattie.

SEGNI PARTICOLARI: il fiume Okkervil non scorre in Texas, come l’immaginario folk disegnato dalle canzoni di Will Sheff suggerirebbe, bensì in Russia, poco distante da San Pietroburgo, ed è il titolo di un racconto della scrittrice russa trapiantata negli Stati Uniti Tatyana Tolstaja, di illustre discendenza. Questo indizio tradisce la passione divorante che il deus ex machina della band di Austin nutre per la letteratura, caratteristica che emerge in maniera sfolgorante nelle liriche delle sue canzoni. L’esordio degli Okkervil River (non contando l’introvabile EP ‘Bedroom’), targato Jound, vede le stampe nel 2000 e si chiama ‘Stars Too Small To Use’, ricco di ancora acerbe influenze roots. Col successivo ‘Don’t Fall In Love With Everyone You See’ (Jagjaguwar, 2002) la cifra stilistica della band di Sheff è già notevole, e l’accorta produzione di Brian Beattie si fa sentire, ma con ‘Down The River Of Golden Dreams’ (2003) arriva la meritata consacrazione di cult band. ‘Black Sheep Boy’ (2005) è l’album più ambizioso, caleidoscopio di ritmi ed umori che oltrepassa gli stretti confini del folk a stelle e strisce. Oggi, dopo una moltitudine di EP mai meno che interessanti e l’ennesimo rimescolamento nella line-up, gli Okkervil River danno alle stampe ‘The Stage Names’, più immediato del predecessore, ma dai contenuti musicali di assoluto pregio.

INGREDIENTI: col precedente ‘Black Sheep Boy’, sorta di concept ispirato da una canzone di Tim Hardin, Will Sheff esplorava una moltitudine di registri musicali differenti, pur senza allontanarsi troppo dal proprio seminato. Sempre di musica folk si trattava, ma nella più ampia e moderna accezione del tempo, alla maniera di Wilco, Eels o Bright Eyes. Con ‘The Stage Names’, Sheff abbandona (solo momentaneamente?) certe oscure divagazioni wave e qualche screziatura elettronica intraviste nel disco precedente ed approda deciso verso un pop brillante ed ironico, intelligente nei testi quanto efficace e policromo negli arrangiamenti. Un percorso non troppo distante da quello intrapreso dai Decemberists, per fare qualche nome. Il brio e la verve dell’iniziale ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’ riconducono alla mente le travolgenti esibizioni live della band, una sorta di folk punk denso e diretto. Le successive ‘Unless It Kicks’ e ‘A Hand To Take Hold Of The Scene’ procedono sulla stessa falsariga, accentuandone ulteriormente la componente pop. ‘Savannah Smile’ è manna dal cielo per i nostalgici orfani di ‘It Ends With A Fall’, il brano che apriva ‘Down The River…’ considerato da molti il vertice della discografia di Sheff e soci: il cantato del leader, mai così intimo e ricco di pathos, ed il dolcissimo arrangiamento d’archi ne fanno per chi scrive una delle canzoni dell’anno. ‘Plus Ones’ è un abile compendio della maestria compositiva di Sheff, che con un fitto gioco di rimandi cita alcuni classici del rock aumentando di uno i personaggi dei rispettivi testi: compare così l’ottavo dei fratelli cinesi dei R.E.M. di ‘Reckoning’, mentre i modi per lasciare un amante di Paul Simon diventano cinquantuno. Allo stesso modo, in ‘John Allyn Smith Sails’ fa capolino la melodia di Sloop John B. Il passato che ritorna, le melodie immortali che rimangono. Come quelle degli Okkervil River.

DENSITA’ DI QUALITA’: la semplificazione dei registri stilistici del gruppo di Austin rispetto al precedente lavoro non penalizza affatto la qualità dei brani, che al contrario rifulge senza alcun segno di cedimento in tutti e nove le tracce dell’album.

VELOCITA’: l’album alterna sapientemente momenti più veloci e spensierati a canzoni più introspettive e malinconiche, con le prime numericamente preponderanti. In fondo è lo stesso Will Sheff ad affermare pubblicamente: “Sentirei di aver fallito a qualche livello se la nostra musica non fosse semplicemente del buon rock and roll”.

IL TESTO: con la consueta ironia, in ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’, Sheff recita: “It’s just a life story, so there’s no climax; no more new territory, so pull away the IMAX” .

LA DICHIARAZIONE: “Talvolta, quando la band è stanca e sfinita, ti viene voglia di scrivere un inno pop per il gruppo. Una canzone come ‘Unless It’s Kicks’ altro non era che il mio tentativo di dire: ‘Forza ragazzi, andiamo avanti!'”.

IL SITO: Okkervilriver.com

Vincenzo Ostuni

FONTE: INDIE-ROCK
LICENZA : CREATIVE COMMONS

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