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Tokyo Express – Seicho Matsumoto

Se dovessi usare una sola parola per definire questo libro non potrebbe essere che INCERTEZZA. Il libro, il mistero potremo dire, inizia in maniera un pò sciocco e prevedibile … capitolo dopo capitolo diventa un puzzle dove orari ferroviari, personaggi, ipotesi e congetture cercano di incastrarsi … creando e scombinando i pezzi sul tavolo proprio come quando si fa un puzzle e fino a quando non troviamo quel preciso pezzo di quel colore con quella forma tutto il lavoro intorno non ha un senso compiuto …. poi quando tutti i pezzi sono nelle loro posizioni giuste giuste  … finale a sorpresa.

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TERZA DI COPERTINA
In una cala rocciosa della baia di Hakata, i corpi di un uomo e di una donna vengono rinvenuti all’alba. Entrambi sono giovani e belli. Il colorito acceso delle guance rivela che hanno assunto del cianuro. Un suicidio d’amore, non ci sono dubbi. La polizia di Fukuoka sembra quasi delusa: niente indagini, niente colpevole. Ma, almeno agli occhi di Torigai Jutaro, vecchio investigatore dall’aria indolente e dagli abiti logori, e del suo giovane collega di Tokyo, Mihara Kiichi, qualcosa non torna: se i due sono arrivati con il medesimo rapido da Tokyo, perché mai lui, Sayama Ken’ichi, funzionario di un ministero al centro di un grosso scandalo per corruzione, è rimasto cinque giorni chiuso in albergo in attesa di una telefonata? E perché poi se n’è andato precipitosamente lasciando una valigia? Ma soprattutto: dov’era intanto lei, l’amante, la seducente Otoki, che di professione intratteneva i clienti in un ristorante? Bizzarro comportamento per due che hanno deciso di farla finita. Per fortuna sia Torigai che Mihara diffidano delle idee preconcette, e sono dotati di una perseveranza e di un intuito fuori del comune. Perché chi ha ordito quella gelida, impeccabile macchinazione è una mente diabolica, capace di capovolgere la realtà. Non solo: è un genio nella gestione del tempo.
Con questo noir dal fascino ossessivo, tutto incentrato su orari e nomi di treni – un congegno perfetto che ruota intorno a una manciata di minuti –, Matsumoto ha firmato un’indagine impossibile, ma anche un libro allusivo, che sa con sottigliezza far parlare il Giappone.

Lizzie – Shirley Jackson

Un libro lento rispetto ai precedenti due che avevo letto della Jackson. Per parlare di questo libro trovo che le parole migliori le abbia scritte Alessandro Gnocchi il 27 Aprile nel 2015 in questo suo articolo di cui riporto la parte che parla del libro.

In Lizzie, appena arrivato in libreria, la Jackson scrive un efficace romanzo sulle personalità multiple. Quanti differenti aspetti convivono in noi? Quanto è autentico il nostro «io»? Quanto invece dipende dalle circostanze? L’abulica Elizabeth, scioccata dalla morte della madre e affidata alla grossolana zia Morgen, si scinde in quattro identità in competizione tra loro per conquistare il controllo dell’unico corpo a disposizione. Qual è la «vera» Lizzie? Chi avrà la meglio? Come spesso accade con la Jackson, a un certo punto, difficile stabilire quale, il lettore inizia a sentirsi a disagio. D’accordo, siamo tra Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e il romanzone psicologico. Oppure no? Suggerisce la Jackson: ogni vita, per proseguire, deve «divorare altre vite». Forse stiamo assistendo proprio a un sacrificio umano, officiato dalla medicina, all’ombra di una strana statua africana torreggiante nell’appartamento di Lizzie. Di sicuro, il lieto fine, anziché rallegrare, gela il sangue nelle vene, e le ultime parole di Elizabeth (Sono felice, so chi sono) suonano più inquietanti che rassicuranti.
QUI il link all’articolo originale

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TERZA DI COPERTINA
Opera della maestra del thriller nero, venerata da Stephen King, Lizzie è il primo grande romanzo delle personalità multiple. La protagonista, Elizabeth Richmond, ventitré anni, i tratti insieme eleganti e a­nonimi di una «vera gentildonna» della provincia americana, non sembra avere altri progetti che quello di aspettare «la propria dipartita stando il meno male possibile». Sotto un’ingannevole tranquillità, infatti, si agita in lei un disagio allarmante che si traduce in ricorrenti emicranie, vertigini e strane amnesie. Un disagio a lungo senza nome, finché un medico geniale e ostinato, il dottor Wright, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di tre personali­­tà sovrapposte e conflittuali: oltre alla stessa Elizabeth, l’amabile e socievole Beth e il suo negativo fotografico Betsy, «maschera crudele e deforme» che vorrebbe fagocita­re e distruggere – con il suo «sorriso laido e grossolano» e i suoi modi sadici, insolenti e volgari – le altre due.

È solo l’inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un successo terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre: tanto che il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l’identità e la realtà.

Atti Umani – Han Kang

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Un libro BRUTALE senza compromessi. Grazie a questo libro conosciamo le conseguenze della macellazione umana che è stata fatta in Corea del Sud negli anni ’80. Conosciamo le conseguenze  anche a distanza di anni … di decenni. Leggiamo la devastazione attraverso scorci di vita di chi ha subito, vissuto e sfiorato i fatti.

La rivediamo uguale a tante altre macellazioni avvenute anche alle nostre longitudini e latitudini.  sottovoce piano piano un ricordo diaz genova

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TERZA DI COPERTINA
Una palestra comunale, decine di cadaveri che saturano l’aria di un «orribile tanfo putrido». Siamo a Gwangju, in Corea del Sud, nel maggio 1980: dopo il colpo di Stato di Chun Doo-hwan, in tutto il paese vige la legge marziale. Quando i militari hanno aperto il fuoco su un corteo di protesta è iniziata l’insurrezione, seguita da brutali rappresaglie; Atti umani è il coro polifonico dei vivi e dei morti di una carneficina mai veramente narrata in Occidente. Conosciamo il quindicenne Dong-ho, alla ricerca di un amico scomparso; Eun-sook, la redattrice che ha assaggiato il «rullo inchiostratore» della censura e i «sette schiaffi» di un interrogatorio; l’anonimo prigioniero che ha avuto la sfortuna di sopravvivere; la giovane operaia calpestata a sangue da un poliziotto in borghese. Dopo il massacro, ancora anni di carcere, sevizie, delazioni, dinieghi; al volgere del millennio stentate aperture, parziali ammissioni, tardive commemorazioni. Han Kang, con il terso, spietato lirismo della sua scrittura, scruta tante vite dilaniate, racconta oggi l’indicibile, le laceranti dissonanze di un passato che si voleva cancellato.

Info propedeutiche alla lettura di ATTI UMANI di Han Kang

Durante i moti, i cittadini di Gwangju, il bastione dell’opposizione democratica, si sollevarono contro la dittatura di Chun Doo-hwan, instaurata dopo l’assassinio del presidente Park Chung-hee nel 1979. I rivoltosi presero controllo del centro città prima che l’esercito reprimesse severamente le proteste, riprendendo il controllo dei luoghi il 27 maggio. Il leader politico democratico Kim Dae-jung venne condannato a morte in seguito agli eventi, ma graziato in seguito.

Vi furono scontri tra studenti dell’Università Nazionale di Chonnam e forze armate a causa delle proteste degli studenti per la chiusura dell’ateneo. Ci furono circa 2000 o 3000 vittime rimaste sul terreno della università.

Sotto Chun Doo-hwan, questi eventi vennero presentati alla popolazione come una rivolta comunista; una volta instaurato un regime democratico nel paese, il massacro venne riconosciuto come une violenta repressione di un movimento che mirava a difendere le libertà individuali dei coreani.

Nel 1997, i presidenti Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo vennero condannati in un processo nel quale erano anche accusati della responsabilità del massacro di Gwangju coupables, assieme a 17 altri imputati. Vennero graziati in seguito. Nel 2002 fu creato un cimitero nazionale per le vittime del massacro e il 18 maggio venne dichiarata giornata nazionale di commemorazione.

FONTE: WIKIPEDIA

Cacciatori nel buio – Lawrence Osborne

Definirlo, come ho letto in alcune recensioni, semplicemente un romanzo di viaggio mi sembra molto molto riduttivo per quello che il romanzo è.
Si è vero è letteratura di viaggio, ma non come quelli di Chatwin o come “La via dell’Oxiana” di Roberto Byron, perché ambientato in un paese del sud-est asiatico.

Il viaggio però più che fisico è nell’anima del personaggio principale.
Un personaggio in fuga da se stesso dalla sua vita normale in Inghilterra e che grazie al rimanere solo trova finalmente la sua vera essenza.

Appunto ma non solo un viaggio dentro la propria anima, ma anche un viaggio dentro l’anima e la storia di una nazione che ha vissuto sulla propria pelle uno dei regimi più terrificanti del “secolo breve”.

TERZA DI COPERTINA

Una vincita insperata in un casinò sul confine tra la Cambogia e la Thailandia, e Robert, un giovane insegnante inglese in vacanza, decide di non tornare più al torpido grigiore del Sussex. Resta in Cambogia come barang a tempo indeterminato: uno dei tanti espatriati occidentali che «cacciano nel buio», cercando la felicità in un mondo che non potranno mai comprendere appieno e che di solito li trascina alla deriva. E anziché la chiave d’accesso a una nuova vita, quella vincita si rivelerà l’innesco di una reazione a catena destinata a coinvolgere un americano incongruamente elegante, un poliziotto dal lugubre passato e la rampolla di un ricco cambogiano. Cacciatori nel buio è un avvincente, sofisticato gioco del gatto col topo, ricco di colpi di scena e tanto più inquietante perché immerso in una terra di foschie, risaie, calura umida e piogge opprimenti, di fatiscenti architetture coloniali e templi inghiottiti dalla giungla – mentre su tutto aleggia la «natura nascosta» di Phnom Penh, solo apparentemente immemore dell’Anno Zero della Rivoluzione dei Khmer Rossi.
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L’altra parte – Alfred Kubin

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Ho acquistato e letto questo libro perché era citato nel libro di Calasso “L’impronta dell’editore” e perché è il N°1 ovvero il primo libro edito da Adelphi.
Ed è un libro sicuramente unico. Visionario, cupo, Kafkiano

TERZA DI COPERTINA
Che cos’è Perla, la città artificiale in cui Alfred Kubin, grande disegnatore e maestro del fantastico, ha ambientato il suo unico romanzo? È un mosaico di ruderi, di antichità, di avanzi decrepiti e corrosi del passato, tratti dai più famosi angoli del mondo. Una quinta perfetta per la sua popolazione di nevrastenici e nostalgici in fuga dal proprio tempo – ma anche il dominio di un sovrano inafferrabile che tiene sotto il suo incantesimo uomini e cose, accomunandoli in un unico, allucinante disegno. Nato nel 1908 dalle visioni che tormentavano l’autore, e illustrato dal suo pennino febbrile, questo libro ha finito col sembrare, nei decenni, sempre meno un ordito di incubi e sempre più l’evocazione di un mondo che a poco a poco si sta svelando – e suona molto più plausibile se lo situiamo nell’epoca di Blade Runner che all’inizio del Novecento.

Storie dal mondo nuovo – Daniele Rielli

41gemn3nvwl-_sy445_ql70_Poco da dire una grande lezioni di giornalismo. Consigliato a chi ha amato
Considera l’Aragosta di David Forster Wallace.

I fantasmagorici rituali – di iniziazione – dei promotori di startup, riuniti in conclave a Londra. I saturnali, al Mugello, di una delle ultime divinità disponibili in Italia, Valentino Rossi. Il matrimonio fra i rampolli di due miliardari indiani – per tacer dell’elefante – nel cuore della Puglia. L’incontro, a New York, con un sopravvissuto alla sua stessa leggenda, Frank Serpico. Il paradiso – o l’inferno – artificiale nella sua versione più aggiornata, il poker online. Non importa da quale ingresso Daniele Rielli decida di entrare nel diorama ibrido e surreale che chiamiamo contemporaneità. Importa come ne racconta, ogni volta, un angolo diverso. E quanto, ogni volta, riesca a farci ridere.

I poeti sono pazzi. Emanuel Carnevali e Dino Campana

IL PRIMO DIO – MASSIMO VOLUME

COME I CARNEVALI – BOBO RONDELLI

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Come Dino Campana, Emanuel Carnevali ha avuto il destino di un ‘poète maudit’: nato a Bologna nel 1897, partì da ragazzo per gli Stati Uniti, che dovevano diventare, per lui, il luogo simbolico della vita e della letteratura. Passò attraverso numerosi e umili mestieri («raccogliere cicche per strada non fu certo la cosa più spregevole a cui mi ridussi») finché lo incontriamo nella cerchia degli scrittori americani di punta in quegli anni. Ezra Pound, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon lo accolsero come uno dei loro, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio, e inclusero subito testi suoi nelle loro celebri antologie e riviste. Carnevali scriveva in inglese, la sua unica lingua era quella dell’esilio, e portava così nella poesia americana un soffio selvatico, di cui fu avvertita la novità. Il suo destino era tragico: nel 1922 fu colpito da encefalite e dovette tornare in Italia. Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, e lì ancora lo raggiungevano le lettere dei suoi amici americani.
In questo volume abbiamo voluto raccogliere le parti più significative della sua opera, finora inedita in italiano. Innanzitutto il romanzo Il primo dio, una prosa di febbrile intensità, carica di immagini, di sogni, di angosce, di camere mobiliate, l’autoritratto di un nomade, braccato dalla vita, che ci lascia sbalorditi per la modernità del suo accento. Poi una scelta dalle sue poesie: anche queste ‘eccentriche’, rispetto all’America e tanto più rispetto all’Italia, scritte in una lingua reinventata con felicità e uno strano candore, leggere e disperate. Infine alcune prose critiche, da cui apparirà l’ottica singolare di questo ‘poeta maledetto’, insofferente delle raffinatezze formali e compositive dei suoi amici americani, lui che si sentiva preso in un terribile risucchio verso la morte. Nel loro disordine e nella loro amarezza, i testi di Carnevali hanno un suono ‘giusto’ che percepiamo solo oggi, come quello di chi poteva essere uno dei grandi scrittori italiani di questo secolo e invece giunge filtrato da un’altra lingua, da un’altra storia, e pur sempre come un’emozionante scoperta.

MASSIMO BUBOLA – DINO CAMPANA

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Tony e Susan – Austin Wright

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APPUNTI DISORDINATI DI LETTURA PRESI IN CORSO D’OPERA
Saul Bellow dice che è un capolavoro.

Molte recensioni entusiaste  parlano di un finale scioccante e inaspettato.
ma dove sta questa sorpresa inaspettata ?
Non esiste.
Non esiste come nella vita, anche in quella di Tony e Susan, non esistono i miracoli.
Il diventare adulti, il diventare uomini e donne è la somma di tutti i bambini, ragazzi e giovani uomini/donne che siamo stati … di tutti gli errori, di tutti gli accadimenti.

Il libro, quale libro ? Quello dove si narra la vita di Susan o quello che Susan stessa legge per narrare la propria vita ?

Solo attraverso l’accettazione degli errori, delle proprie debolezze e di quelle delle persone vicine si può trovare il perdono. Nella vita si fanno errori e Susan ne ha fatto uno che Tony non dimentica e non perdona. Susan ha sedotto, ha tradito con un altro uomo Tony, ed ha castrato le velleità artistiche di Tony.

Tony non dimentica, non perdona e vuole vendicarsi.
Susan non ha dimenticato, ha scelto. Adesso, leggendo il romanzo di Tony, fa i conti con le propri scelte …. e farà la sua alla fine.

Anche se devo dire che arrivare alla fine non è stato facile, ma non lo definirei una delusione totale. A volte troppo ridondante per i miei gusti.



TERZA DI COPERTINA

Confessa, lettore. Se un conoscente ti recapita un manoscritto ingiungendoti di leggerlo entro qualche giorno, quando vorrà incontrarti per un responso, cosa proverai? Nervosismo? Fastidio? Imbarazzo? Bene, più o meno quello che prova Susan, anche perché il mittente non è una persona qualsiasi, ma il suo ex marito, e il romanzo che le ha spedito è quello che ha fantasticato di scrivere, senza riuscirci, per tutta la durata del loro matrimonio. Quindi mentre tu, lettore, puoi accampare un qualsiasi pretesto che ti impedisce di fare quanto più desidereresti al mondo, cioè leggere quel benedetto manoscritto, Susan deve sedersi, e cominciare da pagina uno. Dove si racconta di una famiglia che viaggia di notte, in aperta campagna. Di un sorpasso e di un controsorpasso con una macchina sconosciuta. Di uno scambio di insulti dai finestrini. Di un agguato, qualche chilometro dopo. Di una moglie e una figlia portate via da tre balordi. Di un uomo rimasto solo, che vaga alla loro ricerca in una notte che, come un incubo perfetto, sembra sempre ricominciare daccapo. Allora, lettore? Se alla fine hai ceduto anche tu, se ormai stai leggendo da sopra le spalle di Susan, devi fermarti, come lei. Fare una pausa. Cercare conforto nei suoi pensieri, nel suo sforzo di capire da dove tutto questo abbia avuto inizio. Prima o poi però, insieme a lei, dovrai ricominciare a leggere. Di alcuni fatti muti, semplici, atroci. E di una lenta, feroce, allucinata vendetta. Vedrai quello che vede lei, intuirai quello che lei intuisce, e soprattutto proverai quello che lei prova: una variante del terrore che fin qui non aveva conosciuto. E neanche tu.

La Vegetariana – Han Kang

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APPUNTI DISORDINATI, MOLTO DISORDINATI E SGRAMMATICATI, DI LETTURA

La prima volta che ho visto questo libro è stato in una libreria di Dublino dove eravamo entrati per sfuggire ad uno dei tanti temporali giornalieri.
Non so per quale motivo, ma mi viene in mente  LA METAMORFOSI di Kafka.
Anche in questo libro c’è una “metamorfosi” da essere umano piano piano Yeong-Hye vorrebbe trasformarsi in albero. Allora penso che la scelta di diventare vegetariana, non è la scelta etica che tanti fanno, ma la scelta di allontanarsi da un mondo fatto di violenza ….. un gesto di ribellione contro il padre che da piccola la picchiava, contro un marito che per anni l’ha vista solo come un animaletto servizievole che girava per casa.

Questa scelta estrema dà la forza a Yeong-Hye di rivoltarsi verso quel mondo che l’ha ridotta ad un mezzo, per la realizzazione altrui,  invece che ad accettarla e renderla partecipe di un comune interesse.

in comune con Georg Samsa, Yeong-Hye, vive l’incapacità dei parenti di instaurare un rapporto empatico.

TERZA DI COPERTINA

«Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l’ideale di un’estatica dissoluzione nell’indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell’ordinario quando si inceppa il principio di realtà – proprio come avviene nei sogni più pericolosi.

“Non era più in grado di far fronte a tutto ciò che sua sorella le ricordava. Non aveva saputo perdonarle di essersi involata da sola al di là di un confine che lei non era mai riuscita a varcare, non aveva saputo perdonare quella meravigliosa irresponsabilità che aveva permesso a Yeong-hye di liberarsi dalle costrizioni sociali, lasciandola indietro, ancora prigioniera. E prima che Yeong-hye spezzasse quelle sbarre, lei non sapeva neppure che esistessero.”